Artico, si studia quanto resta alla… fine

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I dati raccolti indicano come il fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai abbia raggiunto già dimensioni estremamente preoccupanti. I dati da satellite documentano come lo spessore del ghiaccio ha raggiunto i record di minima nel 2005 e in modo ancora più grave nel 2007

È del 24 Aprile la notizia che i nostri timori stanno diventando tragicamente realtà: l’Artico prima o poi scomparirà, portandosi dietro tutte le sue catastrofiche conseguenze sull’intero pianeta.
Nessun modello scientifico prima d’ora era riuscito a prevedere un impatto tanto forte dei cambiamenti climatici sulla regione dell’Artico. È una delle evidenze svelate da un rapporto del Wwf, l’Arctic Climate Impact Science, lanciato in tutto il mondo in coincidenza dell’incontro dell’Arctic Council, il forum internazionale delle nazioni che si affacciano sull’Artico.
I dati raccolti indicano come il fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai abbia raggiunto già dimensioni estremamente preoccupanti. La perdita del ghiaccio marino presente nella zona artica nel periodo estivo, come documentato tutti i dati da satellite, è aumentata drammaticamente e lo spessore del ghiaccio ha raggiunto i record di minima nel 2005 e in modo ancora più grave nel 2007.
Nel settembre 2007 il ghiaccio marino della calotta polare artica si è ritirato fino al 39% rispetto alle medie registrate nel periodo 1979-2000, ovvero, il livello più basso da quando è iniziato il monitoraggio satellitare nel 1979. Questi sono anche i valori più bassi registrati nell’intero 20° secolo.
La regione Artica è considerata il punto di riferimento più affidabile per lo studio del degrado ambientale dal quale è afflitto il pianeta. I cambiamenti climatici in atto sono molto più gravi di quello che gli scienziati avevano prospettato, o quanto meno sperato: difatti i dati forniti sono impressionanti perché sottolineano un’accelerazione imprevista dei fenomeni ed il cambiamento sta interessando l’intero ecosistema artico, dall’atmosfera alle acque dell’oceano, dagli iceberg alle precipitazioni nevose.
Secondo il Wwf, «lo scioglimento dei ghiacci dell’intera calotta e in Groenlandia è così accelerato che ormai il tema del dibattito tra gli scienziati non è più sulla causa di questo scioglimento, ma piuttosto di quanto sia vicino il punto di non ritorno, ovvero il punto in cui l´ecosistema subirà un danno tale che sarà considerato irreversibile».
Ovviamente i primi a subire le conseguenze di questo disastro ecologico sono le popolazioni indigene dell’Artico che, d’altra parte, già patiscono i tragici risultati dello sfruttamento delle risorse naturali sul loro territorio e delle massicce combustioni di CO2 che l’attività estrattiva comporta e che a sua volta contribuisce a ciò che conosciamo come cambio climatico. La prima conseguenza diretta è la perdita del territorio e quindi della possibilità di continuare a vivere secondo il proprio stile di vita e le proprie tradizioni. Questo a sua volta comporta la perdita dell’identità culturale e tutti quei fenomeni che lo sradicamento territoriale e culturale implicano, dall’alcolismo allo spaventoso aumento dei suicidi e dei tassi di criminalità.
Insomma, stiamo raggiungendo per davvero il fondo? O l’abbiamo già raggiunto? Se così fosse, non ci resta che grattare.

(Valentina Nuzzaci)
(28 Aprile 2008)