4-«Conflict timber», una guerra nascosta

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Se Chico Mendes fu il primo, Suor Dorothy Stang è l’ultima in ordine di tempo ad aver pagato con la vita il proprio impegno a difesa delle foreste.
Ai martiri ufficiali andrebbero poi sommate le vittime di tutti i conflitti alimentati o fiancheggiati dai traffici di legname, tanto che l’Onu ha coniato il termine «conflict timber».
Ovunque i legni esotici rappresentano una fonte di guadagno allettante, che attrae imprenditori privi di scrupoli. Le ostilità che, come in Amazzonia, serpeggiano nel sottobosco degli interessi economici mietono «poche» vittime in termini di vite umane ma devastano l’ambiente e

destabilizzano economie già precarie.
Altro è nelle aree calde quali i focolai africani, ove si creano pericolosi intrecci tra tensioni interne, conflitti con i paesi confinanti ed ingerenza delle multinazionali nello sfruttamento delle risorse.
David Kaimovitz, direttore del Cifor (Centro per la Ricerca Forestale Internazionale) ritiene che la combinazione di minoranze etniche con aree impervie e ricche di risorse rappresenti il substrato ideale per ogni conflitto. Definisce le foreste come «spazi di non-Stato», relegate ai margini della civilizzazione per motivi storici e logistici. Come tali, a debita distanza dagli organi di controllo, hanno rappresentato un rifugio ideale per fuorilegge e minoranze etniche.
Molte hanno resistito indenni alle turbolenze della storia, colonizzazioni comprese, per poi arrendersi allo strapotere del mercato globale.

– Un legame perverso: guerre e deforestazione

1-L’industria del legno, le foreste e lo tsunami
2-Legni a «Norma di legge» (districarsi fra gli standard)
3-I pirati dei legni