Biotecnologie? L’Europa ci prova

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Il 24 giugno scorso a Bruxelles, il commissario alla ricerca Busquin ha presentato il rapporto «2025: una previsione per le biotecnologie e la genomica vegetale», che si avvale di proiezioni effettuate da un’ampia gamma di rappresentanti dei ricercatori, dei consumatori, degli agricoltori e dell’industria alimentare che impiega biotecnologie. Dalla conferenza stampa emerge l’impegno di valutare rischi e promesse di un settore in rapida evoluzione e si delinea il duplice obiettivo di produrre alimenti con migliori requisiti ai fini della salute pubblica, pur promuovendo la competitività delle imprese (in Italia, il ministero della Salute ha approntato un database, consultabile al sito www.ministerosalute.it/promozione/biotecnologie/ogm/ricerca.jsp).
Ancora una volta, il nemico da combattere è l’inerzia e in primo luogo quella politica, condizionata da un’opinione pubblica disorientata per il dibattito tra i pro ed i contro; secondo Busquin, le più che legittime divergenze d’opinioni non dovrebbero inficiare gli obiettivi prefissati o si rischierebbe di soccombere alla concorrenza straniera.
L’anno scorso il governo degli Stati Uniti ha varato la «National Plant Genome Initiative» dal 2003 al 2008, stanziando una somma pari a 1.100 milioni di euro, mentre l’equivalente UE si aggirava su appena 80 milioni di euro annuali, peraltro gestiti in modo frammentario dai diversi Stati.
Non solo il comparto agroalimentare europeo produce 600 miliardi di euro l’anno e dà impiego a 2.600.000 persone oltre ai coltivatori diretti, ma la genomica potrebbe incrementare sia la produttività sia la sostenibilità dell’agricoltura moderna e rendere disponibile un’ampia gamma di prodotti biodegradabili (inclusi materie plastiche, oli e lubrificanti di origine vegetale).
(Maura Vendemia)