Capitalismo 3.0, la versione che salverà capitalismo e ambiente

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di Peter Barnes, edizione Università Bocconi

Pagine: 176 | Costo ?: 16.00

Il nostro sistema economico, adatto a gestire l’ambiente settecentesco, in cui il capitale era scarso e la natura abbondante, oggi distrugge l’ambiente, allarga la forbice tra ricchi e poveri, tanto che negli Stati Uniti il 5% della popolazione possiede più beni del restante 95%, e non crea felicità. Peter Barnes, un imprenditore sociale, nel suo Capitalismo 3.0. Il pianeta patrimonio di tutti (con interventi di Giulia Maria Crespi e Mario Monti, Università Bocconi editore, 2007, 176 pagine, 16 euro) assimila il sistema economico al sistema operativo di un computer, che detta le regole di coordinamento tra le sue parti, e sostiene che per uscire dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati non serva un altro sistema, ma un upgrading di quello capitalista, che faccia rientrare nell’equazione i commons, ovvero il patrimonio comune costituito da ambiente, legami sociali e cultura.

Negli anni 50, sostiene Barnes, si è assistito al passaggio dal capitalismo della scarsità (la versione 1.0) a quello dell’abbondanza (2.0), in cui la crescita non è più condizionata dalla limitatezza delle risorse, ma dalle capacità di assorbimento del mercato, che deve perciò essere stimolato al consumo. In entrambe le versioni ai commons viene assegnato un valore pari a zero e le imprese, seguendo le istruzioni di un sistema operativo che impone la massimizzazione dei profitti, cercano da un lato di appropriarsene (acquisendo diritti di sfruttamento minerario, per esempio, o di disboscamento) e, dall’altro, di scaricare su di essi parte dei loro costi (ciò che gli economisti definiscono esternalità negative, come l’inquinamento, generato da qualcuno ma nocivo per tutti). Un caso forse meno intuitivo, ma altrettanto significativo, è lo sfruttamento dei commons culturali: la Walt Disney trae dal patrimonio comune il materiale necessario a realizzare cartoni animati come Biancaneve, Pinocchio o Aladdin, ma poi li protegge con un copyright che può raggiungere i 95 anni. «Il rispetto dell’ambiente e del patrimonio comune non è nello stato di natura del capitalismo – scrive Mario Monti nella prefazione – così come non è nel suo stato di natura la concorrenza. Sono però, entrambi, obiettivi da perseguire e possibili da raggiungere senza snaturare il capitalismo».

Barnes ritiene che la salvaguardia dei beni comuni abbia senso economico (una volta esauriti, nessuno potrà più utilizzarli) e morale (abbiamo un dovere nei riguardi delle generazioni future) e propone di creare una serie di trust che si impegnino a gestirli in un’ottica di lungo periodo emettendo e vendendo, ma comunque limitando, diritti d’utilizzo e di creazione di esternalità. Gli introiti dei trust dovrebbero essere suddivisi tra tutti i cittadini sul modello di quanto accade con l’Alaska permanent fund, che suddivide tra i residenti i benefici dell’estrazione del petrolio nello stato. In questo modo le imprese, pur sottoposte a qualche vincolo in più, non dovrebbero rinunciare alla massimizzazione del profitto; ai cittadini sarebbe assicurato un reddito minimo universale che garantirebbe l’affrancamento dal bisogno e, con i beni comuni, sarebbero salvaguardati anche i diritti delle generazioni future, delle specie animali e delle comunità. Un libro… un bene! Alla pubblicazione del libro è collegata un’iniziativa di salvaguardia dei commons, in collaborazione tra Egea e Fai, il Fondo per l’ambiente italiano presieduto da Giulia Maria Crespi, che firma una breve presentazione del libro. Ogni copia venduta contribuirà al recupero di un bene comune, ambientale e culturale attraverso la devoluzione di un euro al Fai.

(Fonte Ufficio Stampa Università Bocconi)