I risultati dell’indagine

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Come sono stati affrontati fino ad oggi gli impegni previsti dal Protocollo di Kyoto e dalla direttiva europea? Quali sono le principali difficoltà incontrate?
I risultati della ricerca evidenziano chiaramente che la principale difficoltà con cui le aziende hanno dovuto fare i conti è stata una generale mancanza di chiarezza, nel senso di carenza di informazioni precise (per il 37% degli intervistati), confusione sulle tempistiche (20%), continui cambiamenti e poca chiarezza nella normativa (12%).
Da non sottovalutare anche il peso degli adempimenti burocratici cui le aziende sono state costrette, che è stato indicato come il problema maggiore dal 20% degli intervistati. Mentre l’aumento dei costi rappresenta la difficoltà principale solo per il 14% degli intervistati. È tuttavia comune alla maggior parte delle aziende la consapevolezza che l’adeguamento alla normativa e la sua applicazione comporteranno un aggravio dei costi nel medio e lungo periodo: ne è convinto l’80% degli intervistati. Ma solo il 30% pensa di non riuscire a rientrare da queste spese. La maggioranza, invece, riuscirà a compensare i maggiori oneri: il 36% taglierà i costi, principalmente attraverso uno sforzo di miglioramento dell’efficienza e di adeguamento degli impianti, mentre il 25% aumenterà i prezzi. Il 17,5% non sa.

Il 60% degli intervistati ritiene che la prima fase di applicazione delle direttiva Emissions Trading abbia inciso poco o per niente sulla posizione competitiva della propria azienda. D’altro canto, il 70% esprime dubbi sulla reale efficacia del Protocollo di Kyoto ai fini della soluzione del problema del riscaldamento globale. Così come il 65% sostiene che non apporti alcun beneficio né offra alcuna opportunità alle aziende coinvolte.

Va sottolineato che questo giudizio sul Protocollo si accompagna a una conoscenza piuttosto scarsa dei suoi contenuti e dei meccanismi che ha introdotto per contrastare i cambiamenti climatici. Solo il 48% dichiara di conoscere il sistema di scambio delle quote di emissione (Emissions Trading), mentre percentuali ancora più basse raccolgono gli altri due meccanismi: Joint Implementation (40%) e Clean Development Mechanism (35%).

Per quanto riguarda la seconda fase di applicazione della Direttiva Emissions Trading (2008-2012), il 50,5% degli intervistati prevede di raggiungere gli obiettivi assegnati ricorrendo all’acquisto di quote di emissione e il 41,5% riducendo le proprie emissioni. Come? Investendo nel miglioramento dell’efficienza e nelle energie alternative o puntando su combustibili da fonti rinnovabili. Solo il 4,9% ricorrerà a progetti di Joint Implementation e saranno ancora meno le aziende che investiranno in iniziative basate sul Clean Development Mechanism (3,1%).

Il 74% degli intervistati dichiara di essere a conoscenza del nuovo Piano Nazionale di Assegnazione (PNA) delle quote di CO2 per il periodo 2008-2012, che al momento della realizzazione dell’indagine era stato reso noto da poco. Nel merito, oltre il 49% lo giudica per vari motivi insoddisfacente e iniquo, mentre il 21,2% lo considera accettabile e l’11,1% non vi trova alcuna novità rispetto al Piano precedente. Gli altri non commentano o si riservano un giudizio dopo un esame più approfondito.

Infine, l’83% degli intervistati ritiene che negli altri


Paesi europei le aziende abbiano affrontato in modo più efficace l’adeguamento alla direttiva Emissions Trading. In particolare, Germania e Francia sono considerati i Paesi più «virtuosi».

Per ogni azienda è stato intervistato il responsabile dell’applicazione della normativa europea e nazionale di attuazione del Protocollo di Kyoto. La figura aziendale cui è affidato questo incarico è il responsabile ambiente nel 55% dei casi. È un impegno non trascurabile al quale vengono dedicate fino a 5 ore alla settimana nel 38% dei casi e più di 5 ore settimanali nel 34% dei casi. Vi sono coinvolti in misura significativa anche amministratori delegati, direttori generali e direttori finanziari

«I risultati della ricerca confermano che il Sistema Paese ha affrontato gli impegni del Protocollo di Kyoto con ritardo e senza una vera visione strategica. Un ritardo di cui hanno ovviamente sofferto le aziende coinvolte. Va aggiunto che in Italia le imprese sono mediamente di piccole dimensioni e si trovano spesso in difficoltà nell’applicare normative e politiche internazionali. Tuttavia, è importante sottolineare come la prima fase della direttiva Emissions Trading, che è una sorta di ?test? in vista della concreta applicazione del Protocollo nel periodo 2008-2012, stia sostanzialmente raggiungendo i propri obiettivi: orientare le aziende a considerare le emissioni di gas serra come ?asset? e a valutare strategie di compravendita sul mercato, nonché investimenti e conversioni di tecnologie», ha commentato Zeno Beltrami, Responsabile Progetti Climate Change, Dnv Italia.

(Fonte Dnv)