La sovrapesca e l’accorciamento delle reti alimentari

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La pesca è una delle attività più antiche dell’umanità. Infatti, ancor prima dell’agricoltura, la pesca ha assunto un ruolo fondamentale per l’uomo come fonte di cibo.
Sebbene nel corso della lunga storia dell’umanità siano variate le tecniche del prelievo e le quantità di organismi raccolti, il rapporto uomo-organismi nell’attività di pesca si configura unicamente come un rapporto di predazione. L’uomo si pone, quindi, ad un livello trofico superiore a quello degli organismi pescati.
Nel corso dei millenni e fino al XIX secolo, l’uomo non ha ritenuto, neppure lontanamente, di poter causare il depauperamento o persino l’estinzione delle popolazioni sfruttate, anzi riteneva che le risorse del mare fossero inesauribili e quindi per poterne ottenere una maggiore quantità bisognava dedicare più tempo e potenziare i mezzi impiegati nel loro prelievo, ossia aumentare il cosiddetto «sforzo di pesca».

In realtà, sebbene le popolazioni delle specie acquatiche siano rinnovabili esse non sono inesauribili. La sostenibilità dello sfruttamento di queste specie si basa sul presupposto che l’ammontare della biomassa pescata in mare debba essere proporzionale alla sua capacità di rinnovo. Infatti, un eccessivo prelievo impedisce l’adeguata ricostituzione delle popolazioni determinandone il depauperamento e generando una serie di problemi economici e sociali.
L’incremento di catture che a volte, ma sempre più raramente, è possibile registrare in alcune aree è generalmente dovuto all’aumento della flotta e al miglioramento delle tecnologie di pesca piuttosto che ad una maggiore disponibilità di risorse nel mare. In tali situazioni lo sforzo di pesca mantenuto ad alti livelli potrebbe determinare il collasso di una o più risorse nelle aree di distribuzione. Tristemente famoso è il caso del collasso dello stock canadese del merluzzo Atlantico (Walters e Maguire, 1996).
Attualmente il 47% degli stock ittici mondiali risultano pienamente sfruttati, il 18% sovrasfruttati e il 10% in una condizione di depauperamento. Soltanto il 25% degli stock risulterebbero, invece, moderatamente sfruttati o sottoutilizzati dalla pesca (Fao, 2002). Il termine sovrapesca (overfishing) può essere considerato rispetto a due principali processi biologici di incremento della biomassa degli stock ittici ossia reclutamento (le nuove generazioni di pesci si uniscono allo stock adulto) e accrescimento (gli individui crescono in lunghezza e peso). Pertanto, si distingue un «recruitment overfishing» da un «growth overfishing» (Pauly, 1983).

Il «recruitment overfishing» si verifica quando uno stock è depauperato ad un livello tale che i pochi adulti rimasti siano insufficienti a produrre abbastanza nuovi individui da rinnovare la popolazione. Questo tipo di sovrapesca si verifica più frequentemente nelle specie pelagiche dove gli individui sono aggregati in banchi ad alta densità, facili da individuare con gli strumenti di bordo (ecosonar) e quindi facili da catturare anche quando l’intero stock risulta sovrasfruttato. Altri organismi che possono andare incontro ad un «recruitment overfishing» sono quelli con basse capacità riproduttive, come le tartarughe, gli squali e i mammiferi. La vulnerabilità di questi organismi all’azione della pesca può determinare non soltanto il collasso degli stock ma persino l’estinzione della specie (Roberts e Hawkins, 1999; Jackson et al., 2001).

Il termine


«growth overfishing» si riferisce al fatto che gli individui di una popolazione sono catturati quando sono ancora molto piccoli ovvero la pesca cattura questi individui non dando loro il tempo di raggiungere dimensioni che possano fornire biomasse pescabili di una certa entità. Oltre tutto, a questi individui catturati prematuramente non viene consentito di riprodursi almeno una volta nell’ambito del loro ciclo vitale. Questo tipo di overfishing si verifica soprattutto nelle specie demersali (quelle che vivono in prossimità del fondale marino) le quali vengono catturate principalmente con attrezzi (reti a strascico) che non selezionano le differenti taglie degli individui nello stock ma catturano anche le forme giovanili. Molti stock demersali mediterranei sono in una condizione di «growth overfishing».

Passando da una singola popolazione all’insieme di specie sfruttate dalla pesca in una realtà multispecifica, come quella mediterranea, un altro concetto delineatosi più di recente è quello di «ecosystem overfishing» (Pauly, 1983). Questo tipo di sovrapesca si riferisce al fatto che la riduzione in biomasse e taglie di popolazioni ittiche originariamente abbondanti non è compensata dal contemporaneo o successivo incremento di biomassa di altre popolazioni ittiche. Pertanto, un ecosistema relativamente maturo, stabile ed efficiente dominato da specie longeve e di grosse dimensioni si trasformerebbe in uno relativamente instabile, immaturo ed inefficiente dominato da specie più piccole e opportuniste.
In altri termini, gli organismi dei livelli trofici superiori e i predatori di vertice, più vulnerabili al prelievo non soltanto per le loro maggiori dimensioni ma anche in relazione alle loro strategie vitali (crescita lenta, maturità sessuale raggiunta dopo alcuni anni, bassa fecondità) diventano sempre più rari mentre aumentano i consumatori dei primi livelli trofici non più soggetti al controllo da parte dei loro predatori rimossi dalla pesca. Questa condizione spiega la riduzione dei vertebrati, squali e pesci ossei più longevi, e l’incremento degli invertebrati a breve ciclo vitale nelle aree sovrasfruttate dall’attività di pesca, riflettendosi in un accorciamento della rete alimentare («fishing down marine food web») (Pauly et al., 1998).