La verità e il vissuto

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Nella buona pratica del vivere umano vi sono frequenti e significative esperienze che offrono, senza particolari o straordinari impegni, prove e indicazioni su quanto e come la «riflessione» individuale, esercitata e condivisa, possa determinare cambiamenti di mentalità, se elaboriamo e verifichiamo i nostri convincimenti sulle verità. Pur se, attualmente, limitate solo in alcuni ambiti del nostro vivere quotidiano, queste esperienze sono frutto di un qualificato e ben praticabile impegno personale (vissuto intenzionalmente all’interno di gruppi e comunità di varie dimensioni) a cercare quel vero che possa guidare, nel migliore dei modi, le nostre scelte e le nostre opere.
È un tipo di riflessione e di intervento, sulle scelte dei modi di essere e di agire, già praticato, oggi, in settori specifici, per valutare e aggiornare la professionalità di operatori culturali, della politica, dei servizi e della formazione (metodo della Ricerca/Azione [R/A]). Ma è anche un metodo applicato, in modo analogo in ambito industriale, per migliorare la qualità della produzione (attività di Ricerca e Sviluppo [R&S]). Vi è una concreta opportunità di ampliare questa pratica coinvolgendo anche la società civile, in esperienze relazionali e decisionali di definizione di verità dinamiche di riferimento, per esempio su temi sociali informati, condivisi ed attuali.
Abbiamo, dunque, buoni motivi per ritenere possibile che, anche negli ampi contesti relazionali umani, si possano formare, nel tempo, quelle visioni più articolate del vero che diventano, poi, progetti fattibili e revisionabili di cambiamento. Progetti che, invece, ancora oggi tendiamo ad immaginare solo come utopie.
Non possiamo nascondere che i tempi e il lavoro necessari per questo tipo di cambiamenti hanno, però, dimensioni notevoli, ma non possiamo, altresì, nascondere che proprio questo tipo di difficoltà sono essenziali, per l’uomo, perché possa esprimere le sue naturali vocazioni, a perseguire una qualità del vivere, nel concreto dei suoi intorni vitali piuttosto che nell’immaginario dei buoni propositi. Il nostro impegno deve saper dare più senso al nostro desiderio di vivere e di veder quasi premiato il nostro saper guardare lontano, oltre le stressanti e disorientanti contingenze quotidiane.

Il vero, dunque, così come lo avremmo voluto, utile per definire confini e territori di certezze, amichevole per poterlo riconoscere senza la fatica di dover andare a scavare nell’impervio sottosuolo del dubbio, generoso per essere aiutati ad andare oltre le personali convenienze… non esiste. La sua presenza nei nostri pensieri è, però, costante. Il vero sembra, quindi, sostanziarsi in qualcosa di indefinito, ma che «tende ad esistere» e che «mette alla prova» la nostra intelligenza al di là dei «dati sperimentali» e dei «buoni principi». È, forse, una presenza irriconoscibile soprattutto per chi si pone come spettatore degli avvenimenti del mondo. È più riconoscibile per chi, invece, è sulla scena a vivere la sua parte. In questa prospettiva si potrebbe allora dire che il vero è ciò che ciascuno vive e affida alla propria coscienza, al confronto, alla condivisione solidale per fare cambiamenti e verifiche, e non è, invece, qualcosa che si mette in mostra su un palcoscenico senza che qualcuno se ne


assuma la responsabilità.