Legambiente nella «Terra dei fuochi»

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Con la crescita dell’allevamento bufalino aumenta in modo direttamente proporzionale la coltivazione del foraggio, per cui fertilizzanti ed antiparassitari si sommano a liquami e carcasse nell’aggravare i problemi ambientali. Inoltre la provincia di Caserta e l’area a nord di Napoli sono da sempre crocevia dei traffici illeciti di rifiuti, inclusi quelli altamente nocivi.
Non a caso l’ennesimo allarme diossina, riportato anche da articoli di stampa, investe una regione in cui il business degli allevamenti viaggia su grandi cifre. Secondo il rapporto «Ecomafia» di Legambiente vi sarebbero circa 10.000 aziende agricole produttrici di latte, oltre 500 caseifici ed un giro d’affari annuo superiore agli 800 milioni di euro, a fronte di ben 14.630 capi di bestiame sequestrati a partire dal 2002 (i dati ufficiali risalgono al 2003, per cui andranno senz’altro aumentati).
Inoltre Legambiente denuncia che gli incendi nelle discariche abusive gestite dalla criminalità organizzata sono raddoppiati negli ultimi due anni.
Dapprima aveva segnalato la pratica diffusa nel triangolo tra Qualiano, Villaricca, e Giugliano di incenerire ingenti quantità di rifiuti. Ora il Direttore dell’Osservatorio Ambiente e Legalità Nunzio Cirino Groccia riporta che la «terra dei fuochi» si è estesa alla provincia di Caserta (dove la notte è illuminata da immensi falò) e al Giuglianese, con dense colonne di fumo lungo tutto l’asse che collega i comuni a nord di Napoli.
Le tecniche di smaltimento sono mutate nel tempo, passando dalle discariche abusive ai roghi di copertoni e scarti combustibili su cui riversare altri rifiuti tossici. Il «servizio d’ordine» viene svolto dai Rom dei vicini campi nomadi, arruolati per appiccare il fuoco e vigilare affinché i camion non siano intercettati.
Il 4 aprile del 2003 la Regione Campania aveva dichiarato venticinque comuni della provincia di Napoli e Caserta «a rischio diossina», attivandosi per costituire una task-force a tutela della salute pubblica. Circa 500 aziende zootecniche di piccole dimensioni sono state poste sotto sequestro insieme a tutto il latte contaminato. Da allora si sono susseguiti altri interventi ma le intenzioni più lodevoli si sono stemperate nell’effetto colabrodo. Ossia, se pure infastidita, la criminalità organizzata è riuscita a trovare altri sbocchi in un tessuto dalle maglie troppo lasse.
Eppure non mancano gli esempi di come la parte sana del nostro Paese sa cambiare rotta per uscire dall’atavica sottomissione ai metodi mafiosi. L’associazione no profit «Libera» coltiva grano, frutta e verdura biologici sui terreni confiscati alle mafie in Sicilia e commercia squisiti prodotti dal sapore antico con il marchio «Libera Terra».
Tra gli esempi che intende esportare in Campania vi sono i terreni confiscati ai boss Riina, Agrigento e Brusca. Su di essi la cooperativa «Placido Rizzotto» produce il vino «Placido», a memoria del sindacalista di Corleone ucciso dalla mafia nel 1948 per le sue battaglie contro l’oppressione malavitosa e in difesa dei contadini.
Un altro fiore all’occhiello di una produzione ad alta valenza etica è l’olio prodotto a Castelvetrano in provincia di Trapani. Si tratta di terre che Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro


avevano lasciato incolte per anni, mentre ora sono coltivate in modo innovativo e con la consulenza della Facoltà di Agraria dell’Università di Palermo.