È tempo di uva, di vino

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Quasi una ricerca archeologica per ritrovare nomi, costumi e sapori che hanno scritto la storia di una parte d’Italia

Nella vitivinicoltura italiana, in questi ultimi anni si è intensificata la ricerca in favore dei cosiddetti vitigni locali (o autoctoni). Il vitigno locale come condizione per recuperare in termini di qualità, ma anche per i vitigni è ormai archeobotanica, nel senso che gran parte di questo patrimonio di risorse genetiche può ritenersi scomparso definitivamente. Qualcosa resta, in quei frammenti di agricolture storiche che per fortuna ancora caratterizzano le realtà interne dell’agricoltura italiana. Il Gargano, sicuramente può ritenersi un prezioso tassello, almeno per la Puglia. Nonostante l’esodo agricolo, controverse dinamiche economiche, in questo promontorio, oggi Parco Nazionale, si disegnano ancora assetti produttivi agricoli strutturalmente di tipo tradizionale. Quella struttura (la coltura promiscua) che in fondo ha caratterizzato l’agricoltura italiana fino a non molti decenni addietro: la vigna, l’oliveto, con attorno una caterva di fruttiferi.
Qui, per fortuna, è ancora possibile trovare in fondo il necessario materiale genetico, per recuperare la tipicità.

La terra dei 180 vitigni

«L’uva da macchia, il Nereto, il Puducin tener, la Barbaroscia, il Moscato garganico, lo Zagarese, la Bell’Italia, il Nardobello; a questi però si aggiunge una infinità di altri vitigni che danno spesso al vigneto l’aspetto di un buquet». È una testimonianza del 1914 (Nardini G., docente a Portici) della caratterizzazione del vigneto garganico, o meglio della vigna, un tassello di quelle agricolture locali dell’Italia che si sta cancellando definitivamente. Un ricco e variegato patrimonio genetico di vitigni cosiddetti «locali», o forse di tanti ecotipi, frutto di secolare adattamento con il clima, il terreno, che rischia di estinguersi.
Lo Chardonnay lo troviamo in Trentino così come in Puglia. Sembra che il successo della vitivinicoltura di questa nostra regione sia dipendente dall’uso di questi vitigni. E che fine hanno fatto gli oltre 180 vitigni che qualcuno censì in Puglia nel secolo scorso? Di gran parte si ricordano solo i nomi. Abbiamo perso in pratica quel ventaglio di diversità cui attingere per caratterizzare la Puglia in termini di tipicità e continuiamo a essere semplicemente produttori di un fiume rosso di vino? Solo il 3 % circa di questa informe massa di vino ha un marchio.
La cosa strana è che i recenti successi dei vini pugliesi sono legati a vitigni come lo Chardonnay, il Pinot.
Non è probabile che cercando in ciò che resta dei vitigni locali non possa esserci qualcosa che faccia un tipico «vino pugliese», o «garganico»?