Ancora troppi pericoli per l’orso marsicano

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> Gruppo orsi – Il decalogo per salvare l’orso marsicano

Il ritrovamento dei resti di uno orso nella Zona tra Alfedena, Scontrone e Castel di Sangro, quasi certamente vittima di bracconieri, date le modalità di occultamento di parte della carcassa, ripropone drammaticamente la questione della sopravvivenza di questa pregiatissima specie animale.

Come è noto, una piccola popolazione di questa specie carismatica come poche altre in Italia, vive in gran parte nei confini del Parco nazionale e nella Zona di Protezione esterna dello stesso, la quale dovrebbe essere riconosciuta dalle Regioni Abruzzo e Lazio (il Molise lo ha fatto) come Area Contigua ai sensi della legge quadro. L’Area Contigua permetterebbe un più corretto esercizio della attività venatoria e una più ampia sorveglianza rispetto ad oggi, quando alcune zone restano purtroppo incontrollate e luogo di azione di bracconieri senza scrupoli.

«Purtroppo – dice il Presidente del Parco Giuseppe Rossi – pur in presenza di tassi di riproduzione in piena linea con quelli naturali per la specie, come ci dicono i ricercatori impegnati nel Parco, le loro ottime condizioni fisiche e nessun deperimento per scarsità di risorse alimentari, il numero di esemplari viventi continua a diminuire o comunque a non aumentare.

«Anche se – dice ancora il Presidente – negli ultimi anni, dalle attività di studio e monitoraggio assicurate dall’Ente, una leggera ripresa sembra esserci».

Certo, se non si pone rimedio al fenomeno del bracconaggio, in particolare fuori dai confini del Parco, e non si regolamentano in modo definitivo alcune attività umane «sportive» ed «economiche», la sfida della conservazione sarà, alla lunga, molto dura e difficilmente vinta.

La specie subisce, infatti, una mortalità troppo elevata per cause antropiche per permettere un aumento della popolazione e la sua espansione in aree diverse dell’Appennino.

Gli studiosi della Università La Sapienza di Roma e i ricercatori del Parco, che da alcuni anni conducono indagini sull’orso marsicano ritengono che tutto l’Appennino Centrale, soprattutto nei suoi parchi nazionali e regionali e nelle riserve naturali, è una grande area che costituisce habitat idoneo all’orso ma non offre sufficiente protezione.

La mortalità dell’orso è troppo alta per assicurare la conservazione della specie in tempi lunghi. Mortalità che sembra legata soprattutto al persistente bracconaggio, all’uso indiscriminato di veleni e anche a una attività zootecnica intensiva basata su mucche e cavalli bradi che si difendono con veleni e fucilate da tutti i potenziali predatori.

La mancanza di impegno e la mancata attuazione di accordi e protocolli (si pensi al Patom) che evidenzia l’abisso esistente tra il dire e il fare della politica e della amministrazione, fanno il resto. Da una parte, infatti, si fanno e si continuano a fare dichiarazioni d’amore per la natura e la conservazione, dall’altra si continuano a pianificare strade, infrastrutture e impianti in aree di vitale importanza per il futuro dell’orso.

Un dato che fa riflettere è quello delle morti non naturali negli ultimi 40 anni. Dal 1970, infatti, le morti di orsi per mano dell’uomo accertate dal Parco sono ben 98! E i responsabili sono purtroppo rimasti in gran parte impuniti.

(Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise)