Il «catch and release» non è indolore e spesso uccide

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Secondo il Comitato norvegese in alcuni casi della pratica «cattura e libera» la mortalità può arrivare anche al 60% degli esemplari. Secondo l’Università della Florida i pescatori sportivi sono responsabili per la morte del 25% dei pesci di acqua dolce

Cambiano i nomi ma non la sostanza. Dietro l’eufemismo catch and release (letteralmente: «cattura e libera») si nascondono le stesse crudeltà della pesca «tradizionale». Recenti studi scientifici, tra cui quello dell’università Macquarie di Sydney o del Comitato di Bioetica norvegese, hanno infatti dimostrato che la cattura all’amo dei pesci e la loro successiva restituzione alle acque non è meno dannosa, per la salute degli animali, al punto da provocarne spesso la morte.

«Pensare che i pesci non siano animali intelligenti è un errore tanto grave quanto grossolano – spiega il direttore scientifico dell’Enpa, Ilaria Ferri -. Alcune specie hanno addirittura capacità cognitive uguali se non superiori a quelle di alcuni primati. Quando abboccano all’amo, i pesci vengono sottoposti a un’intensa forma di stress psicologico, causato non soltanto dal dolore fisico ma anche dal non riuscire a comprendere cosa gli stia effettivamente capitando. Per non parlare poi del soffocamento provocato dall’eradicazione dal loro ambiente naturale. Per loro l’acqua è tanto vitale quanto lo è per noi l’aria».

A questo si devono poi aggiungere le ferite causate dall’amo (a volte può essere ingerito) e quelle provocate dagli stessi pescatori nel tentativo di rimuoverlo (le più comuni sono lesioni e lacerazioni). Come se non bastasse, quando il pescatore prende in mano la sua preda altera, spesso irrimediabilmente, lo strato protettivo che ne ricopre le squame. Poco importa, inoltra, che l’industria della pesca abbia sviluppato presunti ami «cruelty free». Il risultato è sempre lo stesso: inducono nell’animale un atroce stato di sofferenza.

«Occorre sfatare un altro mito – aggiunge Ferri – non è vero che la pesca catch and release non uccide. Il tasso di mortalità dipende dalle singole specie e da altri fattori, come le condizioni ambientali e l’intervallo di tempo durante il quale i pesci vengono tenuti fuori dall’acqua. Secondo il Comitato norvegese di Bioetica il 5% dei salmoni non sopravvive al catch and release. Sempre secondo il Comitato norvegese in alcuni casi la mortalità può arrivare anche al 60% degli esemplari catturati. Secondo l’Università della Florida, invece, i pescatori «sportivi» sono responsabili per la morte del 25% dei pesci di acqua dolce».

Senza contare i danni causati anche ad altre specie animali che possono venire in contatto con gli ami o con i materiali usati per il catch and release. «Della pesca sportiva non si sente proprio il bisogno – conclude Ferri – a meno che non si voglia assestare un colpo mortale alla biodiversità del pianeta già gravemente minacciata dalle attività umane».

(Fonte Enpa)