Aral, deserto al posto del lago

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Nella più assordante indifferenza del mondo sta definitivamente morendo il quarto lago più grande del pianeta vittima della monocoltura. Le residue acque del lago sono avvelenate da anni e anni di uso indiscriminato di pesticidi e diserbanti. E pensare che questo luogo era solo qualche decennio fa un paradiso e un forte richiamo turistico

La colpa è dovuta alla cecità umana, all’arroganza di sostituirsi alla natura e al sogno di arricchirsi sfruttare la terra per monocolture devastanti come il cotone. Questo l’elemento che nella vecchia Urss ha portato ad un grande disastro ecologico. Il lago d’Aral sta scomparendo perché due fiumi che ne alimentavano il bacino sono stati dirottati o semi prosciugati per creare infiniti canali per irrigare i campi di cotone.

Ma non finisce qui, il dramma nel dramma sta nelle residue acque del lago d’Aral perché sono avvelenate da anni e anni di uso indiscriminato di pesticidi e diserbanti. La gente si ammala e muore e, quindi, è costretta a fuggire altrove. E a pensare che questo luogo era solo qualche decennio fa un paradiso e un forte richiamo turistico.

Questo è un disastro di bibliche proporzioni, ma anche in Italia, seppur in piccolo, sta per accadere la stessa cosa, non tanto perché un lago si prosciuga, anzi, ma per l’avvelenamento delle sue acque causate dall’avidità di agricoltori che pur di non perdere tempo con le metodologie biologiche e per guadagnare sempre di più avvelenano i terreni con pesticidi e diserbanti in maniera assurda.

Stiamo parlando di uno dei laghi vulcanici più belli d’Italia, il Lago di Vico. Qui non c’è il pericolo di prosciugare il bacino come sta accadendo al lago d’Aral, ma il vero pericolo è rappresentato dall’inesorabile avvelenamento delle sue acque, grazie all’uso indiscriminato di diserbanti e pesticidi dati allegramente nelle culture di nocciole che si sviluppano tutte intorno al bacino lacustre.

Anche in questo caso c’è una monocultura intensiva come fu per il cotone nel Kazakistan e in Africa lungo la fascia del Sahel, ora diventata arida e desertica. La storia ci insegna che non bisogna forzare i ritmi della natura altrimenti ne scaturisce un disastro ambientale. Accademia Kronos auspica che le autorità, preposte sia alla salvaguardia della salute umana sia degli ecosistemi naturali, facciano tesoro dell’esperienza del lago d’Aral e, finalmente, si adoperino a bloccare questo disastro annunciato nel viterbese. Ma torniamo ora al lago d’Aral.

Il lago d’Aral si trasforma in deserto

Il ritiro del lago d’Aral (nella parte nord in Kazakistane e in quella sud in Uzbekistan) è uno dei più grandi disastri ambientali della storia dovuto al fatto che l’acqua dei due fiumi tributari, Amu Darya e Syr Darya, in epoca sovietica è stata impiegata e deviata per irrigare i campi di cotone. Il lago d’Aral, un tempo il quarto bacino lacustre del mondo, rischia di scomparire dagli atlanti geografici entro il 2020. Stando, infatti, alle recenti ricostruzioni compiute dall’Esa, negli ultimi decenni la distesa d’acqua dolce s’è ristretta del 70% e il suo volume si è ridotto dell’80%. La fase di prosciugamento, iniziata negli anni Sessanta, ha portato allo sviluppo di due specchi lacustri: il piccolo Aral, a nord, e il grande Aral, a sud. Ma mentre per la parte meridionale non c’è più nulla da fare, gli ambientalisti confidano di riuscire almeno a salvare il bacino settentrionale: a questo scopo è stata creata una diga per separare definitivamente le due porzioni lacustri e per consentire a un vecchio immissario di alimentare il piccolo Aral.

Il declino del lago posto a cavallo fra Uzbekistan e Kazakistan, sopraggiunge con la sciagurata idea dell’establishment sovietico di coltivare intensamente le piantagioni di cotone, sfruttando le acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya, che dalla notte dei tempi tengono in vita il bacino. Prima di questo intervento la superficie lacustre misurava 67mila chilometri quadrati; la popolazione in prossimità del lago beneficiava di prodotti ittici e di un clima mitigato dal ciclico movimento delle acque; Muynak, il vecchio centro affacciato sulle sue rive, rappresentava uno dei porti più floridi della regione ed era fra le mete turistiche più gettonate dagli amministratori dell’epoca. Ma oggi la situazione è drasticamente cambiata. Le persone che vivono nei dintorni del lago, infatti, oltre a patire la fame, sono vittime di numerosi disturbi, soprattutto a livello respiratorio, per via delle polveri alzate dal vento, cariche di sale e di pesticidi. L’80% delle specie ittiche è estinta. E Muynak è divenuta una specie di città fantasma, mezza sepolta dalla sabbia, circondata da navi arrugginite e altri relitti marittimi.