Ma davvero non avevano capito niente?

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Non è possibile in breve spazio ricostruire i rapporti fra uomo e natura in Marx ed Engels, esaminare le decine di pubblicazioni sull’argomento, apparse a partire dai primissimi anni settanta: una vera età dell’oro della riscoperta «ecologica» dei due grandi pensatori del comunismo. Del resto l’interesse di Marx (1818-1883) ed Engels (1820-1895) per i rapporti fra gli esseri umani (l’«uomo») e la natura non avrebbe dovuto meravigliare. Entrambi sono figli dell’Ottocento e sono stati contemporanei dei grandi naturalisti: Liebig, Darwin, Haeckel, che essi ricordano e citano, di George Marsh (1801-1882), l’autore del celebre libro «Uomo e natura», di James Joule (1818-1889), di Lord Kelvin (1824-1907), eccetera.

I manoscritti del 1844 erano stati tradotti (da Galvano Della Volpe, Delio Cantimori, Norberto Bobbio) e pubblicati in Italia fin dal 1947-?50 ed avevano giustamente sollevato l’interesse per le opere giovanili di Marx; la traduzione italiana della «Dialettica della natura» di Engels era in libreria fin dal 1971.

L’uomo e la natura

Nella sua analisi giovanile (aveva 26 anni) dell’alienazione imposta dai rapporti capitalistici di produzione agli esseri umani nei confronti del lavoro e del mondo circostante (della «natura») Marx scrive (nel primo dei «Manoscritti economico-filosofici del 1844»):

«Le piante, gli animali, le pietre, l’aria, la luce, eccetera costituiscono una parte della vita umana e dell’umana attività. La natura è il corpo inorganico dell’uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l’uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell’uomo sia congiunta con la natura, non significa altro che la natura è congiunta con se stessa, perché l’uomo è una parte della natura».

Il tema è ripreso da Engels nel 1876, pochi anni dopo la pubblicazione dei libri di Haeckel, nel saggio «Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia», oggi compreso nella «Dialettica della natura».

«L’animale si limita ad usufruire della natura esterna, ed apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima, essenziale differenza fra l’uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza».

«Non aduliamoci troppo tuttavia per la nostra vittoria sulla natura; la natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha, infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, impreveduti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze».

«Le popolazioni che sradicavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia, nell’Asia minore e in altre regioni per procurarsi terreno coltivabile, non pensavano che così facendo creavano le condizioni per l’attuale desolazione di quelle regioni, in quanto sottraevano ad esse, estirpando i boschi, i centri di raccolta e di deposito dell’umidità».

«Gli italiani della regione alpina, nell’utilizzare sul versante sud gli abeti così gelosamente protetti al versante nord, non … immaginavano di sottrarre, in questo modo, alle loro sorgenti alpine per la maggior parte dell’anno, quell’acqua che tanto più impetuosamente quindi si sarebbe precipitata in torrenti al piano durante l’epoca delle piogge…».

Per inciso sarebbe interessante sapere quanto Engels è stato influenzato, nello scrivere, intorno al 1876, queste pagine, dal libro «Man and nature» di Marsh, apparso, nella prima edizione pochi anni prima, nel 1864, che era stato tradotto in russo nel 1866, aveva avuto altre tre edizioni nel 1869, 1872 e 1874, poco prima quindi, della redazione del passo di Engels citato.

E nella «Parte avuta dal lavoro…», Engels continua: «Ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato».

E, ancora più avanti, Engels continua: «Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vede la merce fabbricata o comprata con l’usuale profittarello e non lo preoccupa quello che in seguito accadrà alla merce o al compratore.

«Lo stesso si dica per gli effetti di tale attività sulla natura. Prendiamo il caso dei piantatori spagnoli a Cuba, che bruciarono completamente i boschi sui pendii e trovarono nella cenere concime sufficiente per una generazione di piante di caffè altamente remunerative. Cosa importava loro che dopo di ciò le piogge tropicali portassero via l’ormai indifeso “humus” e lasciassero dietro di sé nude rocce?

«Nell’attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura che di fronte alla società, solo il primo, più palpabile risultato. E poi ci si meraviglia ancora che gli effetti più remoti delle attività rivolte ad un dato scopo siano completamente diversi e per lo più portino allo scopo opposto».

Viene da sorridere pensando che avrebbe dovuto passare un secolo prima che il concetto di previsione degli effetti ambientali della produzione e del consumo delle merci (la cosiddetta «valutazione di impatto ambientale») entrasse nella legislazione dei paesi «evoluti».

La socializzazione dei beni della natura

C’è una ricetta che consenta di usare le ricchezze della natura per soddisfare bisogni umani senza distruggerne le fonti e le radici? Marx indica tale ricetta nella socializzazione dei beni della natura, un problema che affronta nella sesta sezione del III libro del «Capitale»:

«Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo.

«Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive».

Sono le stesse parole che stanno alla base di tutti i tanto declamati discorsi sull’attenzione che si deve prestare alle future generazioni e sui guasti ambientali che ne possono compromettere le condizioni di salute e di vita; un principio che non potrà fare un passo avanti fino a quando la proprietà e lo sfruttamento individuale, privato, guidano le regole economiche relative all’uso delle risorse naturali.

La violenza della società industriale capitalistica

Fondamentale, al fine della comprensione delle cause della violenza contro la natura, è l’analisi marxiana del modo di produzione delle merci. Il celebre capitolo XIII del I libro del «Capitale», il capitolo che tratta «le macchine», spiega bene come il modo capitalistico di produzione inevitabilmente comporti lo sfruttamento dei lavoratori, la produzione di merci alterate e sofisticate, l’inquinamento ambientale.

Per forza il capitale deve produrre più merci al minimo costo possibile: non certo per la maggior gloria della classe lavoratrice, ma per assoggettarla e costringerla a vendere il proprio lavoro.

Come la proprietà privata condizioni non solo il lavoro, ma anche i bisogni umani, è ben descritto nel terzo dei «Manoscritti» del 1844: «Abbiamo visto quale significato abbia, facendo l’ipotesi del socialismo, la ricchezza dei bisogni umani, e quindi tanto un nuovo modo di produzione, quanto anche un nuovo oggetto della produzione.

«Nell’ambito della proprietà privata il significato è opposto. Ogni uomo s’ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell’altro una forza essenziale estranea per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico.

«Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei, ai quali l’uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni. L’uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell’essere ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione; in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta la potenza del denaro. Perciò il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce».

La progettazione e fabbricazione di merci ed oggetti adatti a risolvere problemi umani, anziché ad assicurare profitti al capitale, richiede nuovi indicatori del valore su cui Marx si sofferma a lungo.

La salvezza va cercata nella identificazione del valore d’uso delle merci, contrapposto al valore di scambio, e Marx ricorda che «la natura è la fonte di ogni valore d’uso» («Critica del programma di Gotha», 1875) e parla del valore d’uso ancora presente nei rifiuti della produzione, ritrasformabili in nuovi elementi della produzione (sezione I del III libro del «Capitale»).

Le pagine del quarto paragrafo del capitolo 5 di tale «sezione I», hanno una sorprendente modernità: «Per residui della produzione intendiamo gli scarti dell’industria e dell’agricoltura, per residui del consumo sia quelli derivanti dal ricambio fisico umano sia le forme che gli oggetti d’uso assumono dopo essere stati utilizzati.

«Sono quindi residui della produzione, nell’industria chimica, i prodotti accessori che vanno perduti, le limature che risultano dalla fabbricazione meccanica, ecc. Residuo del consumo sono le secrezioni naturali umane, i resti del vestiario in forma di stracci, ecc. I residui del consumo sono di grandissima importanza per l’agricoltura. Ma nella loro utilizzazione si verificano, in regime di economia capitalistica, sprechi colossali; a Londra, per es., dello sterco di 4 milioni e mezzo di esseri umani non si sa far di meglio che impiegarlo con enormi spese per appestare il Tamigi».

Tutto il paragrafo continua esponendo le prospettive di produzione della lana dagli stracci (già praticata in Inghilterra nella metà del 1800), la produzione di coloranti dal catrame di carbon fossile. E anche in questa parte Marx ripete che alla base degli sprechi, degli inquinamenti, si trova il modo capitalistico di produzione.

In vari passi delle sue opere Marx invita a cercare una soluzione alle distorsioni della produzione nello studio della storia naturale delle merci, nella storia della tecnica. In una lunga nota al 13.mo capitolo della IV sezione del primo libro del «Capitale» Marx scrive:

«Una storia critica della tecnologia… finora non esiste. Il Darwin ha diretto l’interesse sulla storia della tecnologia naturale, cioè sulla formazione degli organi vegetali e animali come strumenti di produzione della vita delle piante e degli animali. Non merita eguale attenzione la storia della formazione degli organi produttivi dell’uomo sociale, base materiale di ogni organizzazione sociale particolare? … La tecnologia svela il comportamento attivo dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione della sua vita, e con essi anche l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali vitali».

La violenza urbana

Sia Marx sia Engels riconoscono, ancora una volta con visione molto moderna, nella maniera di produzione capitalistica le cause della separazione fra città e campagna, della violenza urbana. Engels già nel 1845 (ne «La situazione della classe operaia in Inghilterra») aveva scritto:

«Anche la popolazione (p. 54 della traduzione italiana) viene accentrata, come il capitale; e ciò è naturale perché nell’industria l’uomo, l’operaio, viene considerato soltanto come una porzione del capitale che si mette a disposizione del fabbricante e alla quale il fabbricante paga un interesse sotto forma di salario. Il grande stabilimento industriale richiede molti operai, che lavorano insieme in un solo edificio; essi devono abitare insieme e là dove sorge una fabbrica di una certa grandezza, formano già un villaggio».

E, più avanti (p. 57): «Già il traffico delle strade ha qualcosa di repellente, qualcosa contro cui la natura umana si ribella. Le centinaia di migliaia di individui di tutte le classi e di tutti i ceti si urtano… si passano accanto in fretta come se non avessero niente in comune… La brutale indifferenza, l’insensibile isolamento di ciascuno nel suo interesse personale, emerge in modo tanto più repugnante ed offensivo quanto maggiore è il numero di questi singoli individui che sono ammassati in uno spazio ristretto».

Del resto contemporanee al libro di Engels sono le descrizioni della drammatica situazione ambientale delle città operaie inglesi fatta da Charles Dickens (1812-1870) nell’«Oliver Twist» (1837-38),in «Tempi difficili» (1854).

Nella IV sezione del I libro del «Capitale» Marx spiega bene le conseguenze dell’esodo delle popolazioni operaie nelle grandi città, destinate a rappresentare un serbatoio di mano d’opera accessibile e sotto mano per l’impresa capitalistica. «Il modo di produzione capitalistica porta a compimento la rottura dell’originale vincolo di parentela che legava agricoltura e manifatture nella loro forma infantile e non sviluppata. Con la proporzione sempre crescente della popolazione urbana che la produzione capitalistica accumula nei grandi centri essa … turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’eterna condizione di una durevole fertilità del suolo. Così distrugge insieme la salute fisica degli operai urbani e la vita intellettuale dell’operaio rurale … Come nell’industria urbana, così nell’agricoltura moderna, l’aumento della forza produttiva e la maggiore quantità di lavoro resa … vengono pagate con la devastazione e l’ammorbamento della stessa forza-lavoro».

Engels riprende il tema del rapporto città-campagna nell’«Antidühring» del 1878: «La città industriale – che è condizione fondamentale della produzione capitalistica – trasforma qualsiasi acqua in fetido liquido di scolo».

E più avanti, nello stesso libro, fornisce quasi una guida alla pianificazione territoriale:

«Solo una società che faccia ingranare armoniosamente le une nelle altre le sue forze produttive secondo un solo grande piano, può permettere all’industria di stabilirsi in tutto il paese con quella dislocazione che è più appropriata al suo sviluppo e conservazione, e rispettivamente all’utilizzazione degli altri elementi della produzione. Solo con la fusione fra città e campagna può essere eliminato l’attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, solo con questa fusione le masse che oggi agonizzano nelle città saranno messe in una condizione in cui i loro rifiuti siano adoperati per produrre le piante e non le malattie. La civiltà ci ha senza dubbio lasciato nelle grandi città un’eredità la cui eliminazione costerà molto tempo e molta fatica».

La cultura del limite

Neanche i termini del dibattito sui «limiti» allo sfruttamento delle risorse naturali e della fertilità del suolo, erano estranei a Marx ed Engels.

Del resto il pericolo dell’esaurimento delle miniere di carbone inglesi era stato trattato dal loro contemporaneo, già ricordato, W.S. Jevons (1835-1882) nel celebre libro «The coal question», del 1865. Ed era loro contemporaneo anche Justus Liebig che aveva gettato le basi della teoria della nutrizione vegetale ed aveva spiegato le ragioni per cui la fertilità di un terreno diminuisce, se esso è sfruttato eccessivamente. Di Liebig (citando la settima edizione del 1862 della «Die Chemie in ihrer Anwendung auf Agrikultur und Physiologie») parla Marx nel 13.mo capitolo della IV sezione del I libro del «Capitale», precisando che «la spiegazione del lato negativo dell’agricoltura moderna è uno dei meriti immortali» del chimico tedesco. Più avanti, nella sezione 44 del terzo libro del «Capitale», Marx scrive ancora che, «per quanto riguarda la produttività decrescente del terreno in successivi investimenti di capitale si deve consultare Liebig».

Come si vede, il tanto citato e discusso libro sui «Limiti alla crescita», con la sua analisi dell’impoverimento delle risorse e del crescente inquinamento come conseguenza della crescente produzione di merci e dell’aumento della popolazione, non era poi una novità nel pensiero economico e sociale.

Originale e ancora attuale era anche la soluzione che Marx suggerisce al problema della scarsità, alla fine del III libro del «Capitale». «La libertà può consistere soltanto in ciò che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati, come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile consumo di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. [Qui comincia] il vero regno della libertà».

Marxismo e comunismo sovietico

Un altro interessante punto su cui l’ambientalismo «borghese» ha attaccato «i comunisti» per la loro presunta insensibilità ai problemi ambientali riguardava quanto era successo e stava avvenendo nei paesi socialisti, in particolare dell’Unione sovietica. Quante volte, nel corso del dibattito ecologico, si è sentito dire che i comunisti italiani non avrebbero mai potuto dare risposta alla protesta ecologica perché il loro modello sovietico era quanto di più antitetico si potesse immaginare.

Anche questa critica derivava soltanto da mancanza di informazioni adeguate sulla storia dell’Unione sovietica. È vero che, come ricordavo prima, Lenin aveva scritto che il comunismo è basato sull’elettrificazione, quindi sulle grandi opere pubbliche di dighe e centrali (molte con effetti devastanti sugli equilibri ecologici e idrogeologici di vasti territori) ma Lenin è stato anche quello che ha creato, in piena guerra civile, nel 1919, quando era assediato all’esercito bianco ad Astrakan, il primo parco nazionale, quello del delta del Volga.

L’Urss ha subito l’ombra del lisenkoismo, ma ha dato spazio e prestigio ad uno scienziato di fama internazionale come Vernadsky (morto all’inizio del 1945) lo studioso che ha gettato le basi della conoscenza della biosfera e della geochimica.

Solo adesso si comincia ad avere un quadro dello sviluppo delle scienze della natura nell’Urss attraverso il contributo anche di studiosi occidentali.

Questo scritto di Giorgio Nebbia è del 1955