Cambiare stili di vita? Per Clini non è il caso

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Il ministro dell’Ambiente punta a mettere insieme due logiche opposte e basate su sistemi opposti di sviluppo. È possibile sostenere un sistema economico che punta alla crescita del capitale sfruttando i beni primari che proprio perché tali andrebbero preservati a prescindere?

È possibile tenere insieme due logiche opposte e basate su sistemi opposti di sviluppo? È possibile sostenere un sistema economico che punta alla crescita del capitale sfruttando i beni primari che proprio perché tali andrebbero preservati a prescindere?

In altri termine è logico produrre in modo inquinante fino alla soglia di disequilibrio senza ritorno e poi adoperarsi per produrre in modo da disinquinare tutto quando gli attori restano gli stessi: il capitale?

Il risultato è che tutti siamo più poveri e più a rischio tranne il capitale che si è ingrassato due volte.

È un sistema già collaudato (dissesto idreogeologico, salvaguardia delle foreste, protezione della biodiversità…) e che ci ha portato al punto in cui siamo.

Questa realtà non è condivisa dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, che in una intervista sull’ultimo numero della rivista «Enea Eai», sostiene che non ci sia bisogno di modificare il nostro modello di sviluppo. E prende ad esempio il più grande inquinatore globale che ha bloccato nei fatti tutti i trattati mondiali per la riduzione della CO2: la Cina.

«Questi esempi dimostrano – dice Clini – che la partita da giocare è quella di coniugare insieme economia, ambiente e società. Questa è la partita su cui l’Italia deve lavorare con le istituzioni di ricerca scientifica e tecnologica e con le imprese che sanno rispondere alle nuove esigenze, che creano valore aggiunto nell’offerta di soluzioni basate su tecnologie avanzate e che fondano il vantaggio competitivo nella continua innovazione di processi e di prodotti». È esattamente quello che disperatamente cercano di fare alcune imprese se non avessero il bastone fra le ruote proprio dalla politica che tenta di bilanciare quello che non può più essere bilanciato: il vecchio con il nuovo, anzi, con l’emergenza.

Il Ministro, però, conosce bene questa realtà, infatti sottolinea: «Siamo ancora molto concentrati sulle modalità di sviluppo industriale degli anni 50 e 60 e sui paradigmi del lavoro in fabbrica allora esistenti, all’interno dei quali bisognava dare adeguate garanzie di sicurezza sociale e tutele fondate sulle casse integrazioni, le casse integrazioni speciali, i sistemi assistenziali e altri sistemi che abbiamo messo in piedi, ma che fanno riferimento a poli produttivi e a processi produttivi ormai obsoleti. È del tutto evidente che con lo sviluppo tecnologico e le diverse esigenze sociali e produttive, quelle modalità di produzione non ci sono più e che la gran parte dei lavoratori, non tornerà a fare il lavoro che facevano prima, né ci sarà quel tipo di lavoro».

Ma è la soluzione discutibile, perché si rivolge agli stessi che ci hanno portato a questa situazione, infatti conclude dicendo che: «Si tratta, in pratica, di mettere in moto “venture capital”, cioè capacità di credito, che danno fiducia a chi ha idee nuove e a chi vuole investire in progetti innovativi, cosa che in Italia è un fatto molto raro».

E allora? Gli operai si devono convincere che il mondo è cambiato e patire la fame ma chi ha i soldi no?

La soluzione definitiva non è un nuovo modello di sviluppo né possiamo puntare sulla Conferenza di Rio+20 perché «è, da questo punto di vista, non un “summit” da cui deve scaturire un trattato internazionale, ma un confronto costruttivo dal quale far emergere un quadro di riferimento globale e condiviso, rispetto al quale l’economia mondiale possa orientarsi nei prossimi anni nella direzione di una “green economy”».

Caro Clini, è esattamente quello che stiamo facendo da più di un secolo, da quando è iniziata l’era industriale, una lotta estenuante fra capitale e distribuzione del capitale nel tentativo di conquistare una qualità della vita degna dell’essere umano. Molti ci hanno promesso il paradiso ingannandoci, molti si sono arricchiti, molti sono morti ed hanno sofferto, con il miserabile risultato che è sotto gli occhi di tutti, l’inferno prossimo venturo.

E qui il catastrofismo (un altro concetto usato «contro» per neutralizzare il «nuovo») non c’entra perché i cambiamenti climatici non sono un’invenzione. E se pure fossero un fatto naturale e l’industrializzazione fosse innocente, le nevrosi, le allergie, i problemi respiratori, il cancro, l’amianto, il nucleare… hanno nome e cognome: l’arricchimento di pochi e la miseria di tanti.