Italia al quinto posto per numero di specie esotiche

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Sembrerebbe che «siano proprio le nazioni più ricche a vantare il primato del maggior numero di specie esotiche presenti sul loro territorio. Ciò in dipendenza dal maggior numero di scambi e movimento di merci»

Allarme dall’Ispra: in Italia, il numero di pesci d’acqua dolce esotici è ormai simile a quello delle specie autoctone. E non è tutto, perché il nostro paese spende oltre 4 milioni di euro all’anno per riparare ai danni provocati dalle nutrie, fuggite dagli allevamenti da pelliccia.

Stando ai dati dell’Ispra riferiti da Piero Genovesi, sembrerebbe che «siano proprio le nazioni più ricche a vantare il primato del maggior numero di specie esotiche presenti sul loro territorio. Ciò in dipendenza dal maggior numero di scambi e movimento di merci. L’Italia, poi, offre fasce climatiche assai diversificate, da quelle calde del Sud alle più fredde alpine, diventando facile preda di queste introduzioni. Sebbene si tratti di un fenomeno molto antico, attualmente l’Italia rappresenta uno dei paesi maggiormente invasi d’Europa, con oltre duemila specie cosiddette aliene, subito dopo Belgio e Francia, che ne contano oltre 2.500 e la Gran Bretagna, al top con più di tremila specie straniere».

Sempre secondo Genovesi, «il 50% delle specie arrivate in Italia sono costituite da piante e l’altro 50% da animali».

Le invasioni di specie straniere, ormai è cosa nota, sono strettamente legate ad aspetti biologici e climatici, ma anche ad aspetti economici. Per questa ragione, l’Ue sta correndo ai ripari, lavorando a nuove regole per contrastare l’invasione biologica.

L’approccio delle nuove norme europee prevederà tre livelli d’azione: prevenzione, allerta precoce e gestione delle specie già presenti sul territorio europeo. Il metodo più efficace è sempre la prevenzione, ma nel caso in cui le specie riescano ad evitare i controlli e passino le frontiere, occorre sapere come gestirle.

«Una volta individuate le specie – spiegano le fonti dell’esecutivo di Bruxelles – allora deve scattare un sistema di rapida allerta, con sforzi di sensibilizzazione in vari paesi europei per i cittadini. L’intervento preferibile è l’eradicazione, ma non sempre è possibile, allora si propongono interventi di contenimento e controllo delle popolazioni». In ogni caso spetterà alle autorità locali decidere il da farsi sul singolo caso.

Fra le ipotesi al vaglio della commissione europea c’è anche quella di stilare una lista nera di specie vietate nella comunità, poiché, «quando uno Stato membro interviene per debellare una specie, poi si ritrova una nuova ondata proveniente dai paesi vicini».

La nuova legislazione vorrebbe un’azione comune degli Stati membri rispetto a una stessa specie, con una decisione basata sulla valutazione del suo impatto da parte della commissione Ue e dei paesi stessi.

Su queste basi stanno lavorando i ricercatori del centro comune di ricerca(Jrc), servizio scientifico interno della Commissione europea, grazie al quale è nata la Rete europea per le informazioni sulle specie straniere (Easin). La rete, che prevede anche un catalogo, rappresenta un importante strumento per le politiche comunitarie. A tutt’oggi, spiega Ana Cristina Cardoso, ricercatrice senior del Jrc, «avere un quadro europeo è molto difficile: i dati che esistono spesso sono disomogenei, incompleti e distribuiti a livello nazionale o regionale».

Eppure, basterebbe un po’ di buon senso. Prima di importare e commercializzare nuove specie, è necessario valutare a fondo il rischio potenziale ed ora più che mai è essenziale rafforzare i controlli di frontiera.