La buona medicina fa autocritica

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Contrariamente a ciò che si pensa molti esami di laboratorio e molte scelte terapeutiche non godono della forza della evidenza scientifica cosicché è davvero auspicabile che ogni tanto comunità scientifica ed opinion maker si fermino a riflettere con attenzione sulla propria attività e sui suoi risultati

Questa rubrica è dedicata alla salute ed a tutto il mondo che gira attorno ad essa. Poche parole, pensieri al volo, qualche provocazione, insomma «pillole» non sempre convenzionali. L’autore è Carlo Casamassima, medico e gastroenterologo, ecologista nonché collaboratore di «Villaggio Globale». Chi è interessato può interagire ponendo domande.

 

Troppe volte siamo portati a dire ed a proporre tutto quanto sarebbe bene «fare» in un quadro di presunta buona sanità: esami, procedure, terapie. Una sorta di bulimia culturale (unitamente ad una nevrosi ansiosa e patofobica) ci spinge a fare sempre di più, nella convinzione che «più è meglio».
Non sempre è così e lo stiamo verificando giorno dopo giorno in un contesto di progressivo aumento dei costi della sanità e di progressione delle metodiche, senza avere risultati sperati in un numero troppo alto di casi. Contrariamente a ciò che si pensa molti esami di laboratorio e molte scelte terapeutiche non godono della forza della evidenza scientifica cosicché è davvero auspicabile che ogni tanto comunità scientifica ed opinion maker si fermino a riflettere con attenzione sulla propria attività e sui suoi risultati.
Le note proposte in questi giorni dall’American Board of Internal Medicine (Abim) Foundation, in collaborazione con Consumer Reports, all’interno di Choosing Wisely, per «scegliere con buonsenso» la migliore strategia medica sia in termini di condotta diagnostica sia terapeutica, sono assai stimolanti e, in alcuni casi, propongono un sostanziale cambio di punti di vista nel modo di affrontare alcune situazioni assai comuni.
Ben 17 società scientifiche si sono interrogate sulla reale utilità di molte «strategie» mediche ed hanno incluso, ad esempio, ben 130 fra esami, cure e procedure in una lista «gialla» (o addirittura rossa) la cui lettura dovrebbe invero provocare una forte riflessione collettiva (all’interno della classe medica, in primis, e poi anche nella società civile) in ordine alla loro reale utilità.
Qualche «chicca», sotto la veste della «forte raccomandazione»:

• Non programmare l’induzione di travaglio o di parto cesareo in elezione prima della 39a settimana di gestazione, in assenza di indicazioni cliniche;
• Non utilizzare sondini per alimentare pazienti affetti da demenza avanzata;
• Non effettuare Pap test annuale di routine nelle donne tra 30 e 65 anni;
• Non utilizzare la Tac di routine per valutare i traumi cranici minori nei bambini;
• Non effettuare Ecg da sforzo per valutare il rischio cardiovascolare nei soggetti asintomatici a basso rischio di malattia coronarica;
• Nel prescrivere farmaci alla maggior parte dei pazienti con diabete di tipo 2 ed età ≥ 65 anni, evitare di raggiungere uno stretto controllo della glicemia;
• Non effettuare l’elettroencefalogramma in pazienti con cefalea ricorrente;
• Non trattare di routine il reflusso gastro-esofageo dei neonati con farmaci che bloccano la secrezione di acido gastrico.

Ce n’è di che riflettere (e, in qualche caso, cambiare atteggiamento). Certo, alla base di un buon comportamento medico (e sanitario) deve esserci sempre quel buon senso che, unitamente a «scienza e coscienza», spingerebbe sempre in direzione della miglior scelta possibile. È un fatto, però, che a fronte di una civiltà dei consumi che anche in campo medico chiede sempre e solo più prestazioni e più attività sentirsi dire da autorevoli organismi sovrasocietari statunitensi che bisogna imparare a «non fare» anche quando si sarebbe portati ad un atteggiamento «efficientistico» (ancorché sostanzialmente inutile) è cosa che lascia spazio ad una revisione culturale e metodologica. Ma qualche volta cambiare atteggiamento ed essere un po’ choosey serve davvero.