Ilva, Peacelink attacca Vendola

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foto di Vincenzo De Palmis

«Vendola è stato l’uomo del dialogo con Riva, dei tavoli tecnici di concertazione con l’azienda e questo mentre PeaceLink portava in Procura i dati sulla diossina da cui è partita l’inchiesta». Il Presidente della Regione risponde: «inquinamento industriale, questione nazionale» ed inoltre rivendica il ruolo di supplenza alle leggi nazionali come il caso del benzoapirene

«Taranto cinque volte meno inquinata della Valle Padana»; pensavamo di leggere una dichiarazione dell’ufficio pubbliche relazioni dell’Ilva e invece era una dichiarazione del Presidente della regione Puglia, Nichi Vendola.
Questo è quanto espresso da PeaceLink che, con una nota ufficiale, critica le dichiarazioni di Vendola sull’inquinamento di Taranto.
Continuando PeaceLink, espone: «Siamo molto preoccupati che il Presidente della regione Puglia punti a “ridimensionare” il problema dell’inquinamento a Taranto proprio nel momento in cui la drammaticità della questione ambientale e sanitaria si sta imponendo all’attenzione nazionale con gli arresti politici eccellenti di questi giorni».

Risulta, infatti, che il Presidente della regione Puglia abbia dichiarato che «in alcuni quartieri di Brescia o in tanta parte della Pianura Padana c’è benzoapirene e diossina in quantità cinque volte superiore a quelle che ci sono nei quartieri più inquinati di Taranto».
Continua ad essere visibile un atteggiamento «minimizzatore» e «rassicuratore» del Presidente della regione Puglia; «Vendola – continua PeaceLink – è stato l’uomo del dialogo con Riva, dei tavoli tecnici di concertazione con l’azienda mentre PeaceLink portava in Procura i dati sulla diossina da cui è partita l’inchiesta. Vendola svolgeva e continua ancora oggi a svolgere un ruolo di “contenimento politico” dell’allarme inquinamento, come se il suo ruolo sia quello di premere il freno alle preoccupazioni dei cittadini. Lo faceva allora che la Procura di Taranto stava per aprire l’inchiesta e lo fa oggi che i magistrati stanno presumibilmente per portarla a livelli ancora più alti».
Ed è a queste dichiarazioni che Vendola risponde: «inquinamento industriale, questione nazionale».
Il presidente della regione Puglia, afferma: «Vorrei rassicurare Peacelink di Taranto. Non ho alcuna intenzione di ridimensionare la portata dell’inquinamento nel capoluogo ionico. Ho semplicemente, invece, voluto sottolineare la dimensione nazionale dell’inquinamento industriale. Questo è un tema che chiama in causa decenni e decenni di latitanza delle istituzioni e di pigrizia politica e culturale. È una materia che ha investito la stessa istituzione parlamentare che però non è mai intervenuta tempestivamente, anzi, in alcuni casi, ha persino legiferato il rinvio dei termini temporali previsti per il raggiungimento di valori di qualità dell’aria per alcuni inquinanti, quali ad esempio il benzoapirene (Decreto legislativo n. 155/10 ndr). La regione Puglia, invece prosegue Vendola, in questi anni, con propri provvedimenti legislativi, seppure in un quadro limitato di competenze specifiche, è stata antesignana di importanti provvedimenti legislativi (legge sulla diossina n. 8/09; legge sul benzoapirene n. 3/11 e legge su valutazione del danno sanitario n. 21/12, N.d.R.)».

In definitiva, un problema di grandi dimensioni che investe, in maniera trasversale, i vari attori della scena politica, amministrativa, tecnico-gestionale ma che, in concreto, provoca morte a chi quei luoghi li vive quotidianamente. Perché è giusto e necessario non ridurre a problema locale una gigantesca questione che riguarda la modernità del Paese e la modernità del sistema industriale italiano che necessita di una riconversione in chiave ecologica dell’economia ma è ancor più necessario fornire soluzioni immediate per ridurre il numero di morti e malati che quella terra continua a mietere.
Bisogna approntare, da subito, un sistema di aggiornamento dei dati sanitari per verificare se persiste una correlazione significativa fra danno alla salute e inquinamento industriale, affinché non sussista più la possibilità di pensare che le necessità produttive e il diritto al lavoro siano incompatibili con il diritto alla salute e il diritto alla vita.