E se perdiamo anche i medici di famiglia?

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Nel 2016 è previsto il pensionamento di 1.499 medici di base del Servizio sanitario nazionale a fronte della possibilità di ingresso per sole 900 unità. Il paradosso di scelte avventate ed irresponsabili è che mentre si chiede a parole una deospedalizzazione dei servizi della salute nei fatti si operano scelte che finiranno per costare di più in termini economici, umani e sanitari

Questa rubrica è dedicata alla salute ed a tutto il mondo che gira attorno ad essa. Poche parole, pensieri al volo, qualche provocazione, insomma «pillole» non sempre convenzionali. L’autore è Carlo Casamassima, medico e gastroenterologo, ecologista nonché collaboratore di «Villaggio Globale». Chi è interessato può interagire ponendo domande.

I dati e le conseguenti estrapolazioni per il futuro sono chiari: fra appena tre anni, nel 2016, quasi un milione di italiani rimarranno o potrebbero rimanere privi della copertura sanitaria rappresentata dal proprio medico di famiglia. Per quell’anno infatti è previsto il pensionamento di 1.499 medici di base del Servizio sanitario nazionale a fronte della possibilità di ingresso per sole 900 unità di specialisti in medicina generale formate dalle scuole di specializzazione, con un saldo netto negativo che comporterà nei fatti l’impossibilità di circa 900.000 persone di godere dell’assistenza di un proprio medico.
Attualmente in Italia esercitano la loro attività professionale in 68.738, fra medici di famiglia e pediatri convenzionati ed ogni medico di famiglia assiste sino ad un massimo di 1.500 persone: una copertura capillare ed onnipresente, sul nostro territorio nazionale, su cui molto si può dire visti i notevoli e possibili margini di miglioramento professionali, ma che di certo costituiscono una importantissima e decisiva «coperta» stesa sul nostro Paese a salvaguardia della salute di tutti, senza sostanziali differenze di sorta fra abbienti e non abbienti, Nord e Sud, italiani e stranieri.
Non a caso in tutte le classifiche di gradimento realizzate in merito alla fruizione dei servizi pubblici essenziali, l’attività e la figura stessa del medico di famiglia (il «medico di fiducia») sono costantemente in testa con punteggi sempre molto elevati ad attestazione del sostanziale giudizio positivo che i cittadini riconoscono al «proprio medico». Contrariamente a ciò che accade rispetto ad altri settori della pubblica amministrazione e rispetto anche alle strutture ospedaliere, non di rado accusate di «freddezza» ed «impersonalità» nella offerta dei propri servizi o di rigidità eccessiva nelle proprie performance.
Insomma, per gli italiani il medico di famiglia (ripetiamo: con i suoi pregi ed i suoi difetti) rimane pur sempre un baluardo indiscusso ed indiscutibile per ogni primo approccio ai propri problemi di salute, con ancor maggiore importanza in quel Sud d’Italia spesso insufficientemente fornito di servizi e presidi territoriali.
Ma l’anno 2016 sarà solo un inizio visto che il trend che vede il numero di medici che si allontanano dall’attività di medicina generalista rimarrà costante: 1.499 pensionamenti nel 2016, 2.021 nel 2017, 2.678 nel 2018, 3.455 nel 2019, 4.271 nel 2020, 4.726 nel 2021, 4.897 nel 2022.
Tutto questo, a fronte di soli 900 nuovi specialisti in MG sfornati annualmente dalle Scuole di Specializzazione nelle quali domina un serratissimo criterio di numero chiuso: una scelta dettata dalla volontà di tentare di ridurre i costi del Servizio pubblico, con l’illusione di risparmiare a tutti i costi, in un campo in cui invece ogni tentativo di far cassa in maniera irrazionale si traduce inevitabilmente ed implacabilmente in una congestione di altri comparti, primo fra tutti quello ospedaliero.
A fronte della ipotesi nemmeno tanto peregrina di chiamare a lavorare in Italia, come medici di famiglia, professionisti dall’estero o di quella probabilmente più immediata di lasciare un milione prima e diversi milioni poi di cittadini senza l’assistenza di base così indispensabile per affrontare la maggior parte delle condizioni fisiologiche e patologiche legate in un modo o nell’altro al mondo della salute, il quadro più verosimile, per tempi medi, pare essere quello di migliaia di persone «costrette» a dirigersi verso gli ospedali per affrontare e gestire anche situazioni che tipicamente ed elettivamente dovrebbero trovare nel proprio contesto urbano la prima e migliore soluzione.
Il paradosso di scelte avventate ed irresponsabili è che mentre si chiede a parole una deospedalizzazione dei servizi della salute (perché ingolfano le strutture, perché costano di più, perché sono meno alla portata dei più) nei fatti si operano scelte che finiranno per costare di più in termini economici, umani e sanitari. Scelte che con tutta probabilità porteranno ad una riduzione dei livelli di assistenza offerti ai cittadini, indotti a bussare ai Pronto Soccorso oppure a rivolgersi a privati.
La perdita possibile e prevedibile di un patrimonio collettivo come quello rappresentato dalla Medicina di Famiglia sarebbe grave e foriera di altri ed enormi guai, dei quali potremmo renderci conto solo dopo che avranno prodotto conseguenze devastanti. Come curare un malato cronico senza l’ossatura di un sistema che faccia del Medico di Famiglia il perno indispensabile? Come gestire la prevenzione e gli stili di vita in un contesto che si privi dell’interlocutore privilegiato nella dialettica con le famiglie? Come tentare di anticipare i problemi prima ancora che si tramutino in patologia? L’ospedale soffre pesantemente già a svolgere i propri compiti ogni giorno ed è impossibile che possa farsi carico di altri e così diversi impegni. Con l’esito di uno smottamento nella delicata costruzione socio sanitaria che mira a produrre salute prima ancora che curare malattie.
È un po’ un difetto di noi italiani: a fronte di situazioni di crisi cominciamo a tentare di fare risparmio dalla fetta sbagliata, senza voler aggredire i problemi dalla parte della testa. Probabilmente la Medicina di Famiglia, e con essa i cittadini tutti, finiranno per pagare il prezzo di politiche sconclusionate e di scelte tremendamente ed anacronisticamente irrazionali.