Tessuti e attese fra profitti e bisogni

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I tessuti, quelli caratterizzati dalla tenuta dei nodi che legano i filati che li compongono, sono, oggi, un prodotto tecnologico. Ma i nodi che servono a tessere una semplice tela non soddisfano i profitti attesi dal mercato e, allora, per massimizzarli, sono stati complicati e vanno ad alimentare tutto un dissennato mercato dell’effimero. I tessuti hanno perso il loro ruolo primario di materiali per la confezione degli abbigliamenti più convenienti per difenderci da condizioni climatiche avverse, e ora devono soprattutto rispondere alle esigenze di una moda, alle linee che danno garbo a come un abito «cade» quando lo indossiamo, alla elasticità o alla tenuta della forma perché non venga alterato il disegno del tessuto, del modello. Più che essere finalizzati a costruire un abito, i tessuti sembrano, oggi, impegnati a rispondere e sostenere una visione delle cose che riempia i vuoti che stiamo lasciando con la nostra mancata riflessione sul senso delle cose.

Qualcuno che riuscirà a non farsi incantare dalle mistificazioni delle mode (e cercherà solo risposte ai bisogni), un giorno, forse, griderà scandalizzato che il re è nudo. Molti continueranno a far finta di niente per interessi e convenienze, ma questo dubbio, temuto dai potenti, potrebbe diventare una verità inarrestabile. Non sarà tutto quello che è necessario che avvenga per cambiare le cose e, soprattutto, non sarà sufficiente se non saremo anche pronti a recuperare la diversità delle alternative, da mettere alla prova, e la complessità alimentata dalle risorse umane. In questa prospettiva diventa essenziale alimentare l’autonomia creativa individuale e la socializzazione delle nostre diverse esperienze e conoscenze, da finalizzare per il progresso umano, per non lasciare spazi che possono essere abusivamente sempre più occupati dall’insostenibile sviluppo di un sistema economico-finanziario senza un progetto di futuro per l’uomo e che considera, le risorse naturali, non un vincolo da gestire, ma una variabile indipendente pur se informati sulle prospettive di un loro esaurimento.
Il tessuto non è solo una struttura che dà forma alla materia che lo compone. Il tessuto dovrebbe, piuttosto, essere considerato un concetto fondante coinvolto, soprattutto, nelle visioni immateriali del nostro esistere. Riguarda, infatti, la struttura del nostro essere presenti a noi stessi, del nostro pensiero, delle nostre emozioni, dei nostri riferimenti. Il tessuto sociale non è certo il prodotto di un lavoro eseguito in un laboratorio artigianale o in un’industria. Il tessuto sociale è un sistema di direzioni e di convergenze dinamiche sui nodi di una condizione umana che nell’esistere scopre, condivide e integra vocazioni.
La società è un sistema di relazioni che si annodano e si rafforzano con la crescita e la condivisione di consapevolezze e di responsabilità, è un luogo creativo nel quale le relazioni offrono risorse per quelle sinergie che la nostra intelligenza ricerca, in modo critico, per interpretare il senso delle cose, per fare le scelte che possono permettere di raggiungere livelli di maggior qualità umana. Possiamo tutti progredire sul piano umano, sociale, culturale e di un benessere che trova riscontri in attese individuali e condivise. Il lavoro individuale, infatti, quando si integra in una collaborazione all’interno di un gruppo, produce non solo ciò che l’energia personale permetterebbe, comunque, di realizzare, ma costruisce anche i significati e le prospettive frutto di una riflessione comune e più ampia e porta a scoprire nuovi orizzonti, nuove motivazioni e occasioni di condivisioni. La diversità che partecipa attivamente, in un’esperienza di collaborazione, permette di costruire non immagini statiche di un’opera, ma gli equilibri dinamici fra diverse situazioni che sono risorse di sinergie, necessarie per affrontare la complessità del divenire delle cose del nostro mondo nelle sue diverse prospettive e possibili scelte.
Questa non è una visione utopica, ma è un modo di vivere già provato nel passato che ha portato all’evoluzione di un uomo primitivo che ha ben compreso il valore dell’associarsi per un bene comune: dalla difesa dai pericoli alla solidarietà nei momenti del bisogno. Oggi è invece forte il desiderio di dissociarsi, di immaginare un processo evolutivo che valorizzi non la nostra natura sociale, ma la ricerca di certezze e di difesa assoluta dai fantasmi delle paure indotte dalle solitudini e dagli smarrimenti generati dall’individualismo.
Una trappola umanamente mortale, nella quale, l’ingiusta divisione della ricchezza e del possesso materiale delle cose, porta a illudersi sull’esistenza dell’algoritmo della felicità del potere, che in realtà si regge solo su un elevato e terminale aumento di entropia, sulla perdita, cioè, di energia vitale. Una felicità, dunque, che, negando la natura umana, diventa una nostra mortale prospettiva finale di disperazione.
Oggi osserviamo i tessuti, a volte anche chi li indossa (proprio per un farsi osservare fine a se stesso), ma è difficile che proviamo interesse (non solo curiosità) a capire perché l’uomo si impegna nella loro invenzione e con quali meccanismi riesce a mantenere attiva la loro produzione oltre un loro naturale bisogno.
I tessuti non sono, dunque, solo espressione emblematica della materialità delle cose, hanno, infatti, modo di offrire occasioni per esprimere un nostro virtuoso modo immateriale di essere. C’è, però, anche un’immaterialità che non vorremmo incontrare, quella di un male (o di una mancanza di bene) strettamente connesso ad attività che producono, con l’aumento di entropia, la perdita di energie vitali o quanto meno la sottrazione di quelle condizioni favorevoli che possono generare fenomeni vitali.
Siamo di fronte a problemi per i quali non esistono ricette risolutive. Disponiamo, però, delle nostre abbondanti risorse critiche, creative e sinergiche. Se ci impegniamo, in modo consapevole e responsabile, a metterle in campo, senza ricercare semplificazioni efficientistiche e senza sopravvalutare la disponibilità delle risorse, possiamo affrontare qualsiasi problema, dare qualità condivise e un concludente valore al bilancio del nostro vivere umano e dare conto, in particolare, delle nostre fruttuose specificità creative.
C’è chi, come Penelope, tesse le tele di giorno per disfarle di notte. Ma le buone intenzioni, fatte intendere da Omero nella sua Odissea, oggi, sono venute meno e le attività del fare e del disfare le cose sono diventate strumenti del malaffare che dilaga (soprattutto nelle società cosiddette avanzate) e sono incentivate da una competizione che di fatto non pone limiti, anche con attività criminali estreme, agli spregiudicati propositi di successo, a qualsiasi costo, fatti intendere come un bene dall’ideologia liberista.