Cosa non va nella scuola e nella riforma

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Pericolosamente minati anni di battaglie e di conquiste. Il valore della collegialità nella didattica e nella formazione. Le contraddizioni fra reclutamento degli insegnanti e concorsi. L’autonomia un bene prezioso. Se manca una risposta adeguata a tutto questo e ad altro, la riforma avrà il segno purtroppo di «controriforma»: può il cittadino restane inerme visto che in gioco sono i criteri formativi per i suoi figli?

Perché la Riforma della Scuola, come proposta dal Governo, suscita perplessità e critiche? Non è apprezzabile che il Governo metta mano alla riforma del nostro sistema scolastico in un momento di forti e veloci trasformazioni e in riferimento alle problematiche che la formazione suscita?
A queste domande accenna a rispondere, molto sinteticamente, il nostro collaboratore Francesco Sofia (Pedagogista, Socio onorario dell’Associazione nazionale dei pedagogisti italiani) che ha preparato un articolo più approfondito per il nostro prossimo numero del Trimestrale che uscirà on line il 1° giugno. Per cui qui vengono solo sfiorati alcuni elementi di criticità che la Riforma ci consegna, soprattutto se non venisse debitamente emendata.

1. La partecipazione dei lavoratori alle riforme del proprio «campo di lavoro» è il segreto per ottenere una produzione convinta ed efficacemente destinata al successo. Scartare invece l’apporto dei Sindacati della Scuola dai momenti di scelta e di decisione è un errore tattico e, purtroppo, un banale e grave limite politico. I Sindacati della scuola, negli ultimi 50 anni (!), hanno supplito a carenze e limiti legislativi, alla mancanza di aggiornamento professionale del personale intero, al deficit di scienza della formazione da applicare alla didattica.
2. La collegialità, nella struttura degli Istituti, è stata raggiunta con lotte e sacrifici di studenti, insegnanti e personale tutto. Essa è indispensabile in una comunità formativa ma è altrettanto fragile. Sicuramente il centralismo autarchico dei dirigenti scolastici, riproposto nel nostro contesto sociale, farebbe ripiombare all’indietro negli anni di crisi democratica e di sopraffazione autoritaria, con giudizi di merito, di etica e di metodi, che tanto danno avevano prodotto sugli operatori della conoscenza. Forme di cui felicemente ci si era liberati!
3. La riaffermazione del sistema nazionale e centralizzato di valutazione (Invalsi), nonostante abbia ricevuto aspre critiche scientifiche, è nel segno della persistenza di grettezza valutativa esalante il merito presunto. La valutazione è rispondente ai valori di giudizio se è dinamicamente proiettata sull’intero percorso e non su caselle da esami-guida, somministrata ciecamente ed universalmente su gruppi-classe non omogenei, dislocati in ambiti diversissimi, dai ritmi apprenditivi diversificati, appartenenti a strati sociali ed ambienti diversi, vari, dai percorsi che dovrebbero rispondere all’autonomia didattica e non ad una performance standard.
4. Il reclutamento degli insegnanti, come proposto, non si sposa con il diritto e la democrazia: se effetto di concorsi come si associa con l’albo di zona, da cui un dirigente, a sua discrezione e secondo il suo piano, può reclutare?
5. L’autonomia, frutto anch’essa di lotte e di sforzi professionali non indifferenti, come può sposarsi con gli interventi economici dell’imprenditoria locale? Come rendere la scuola, officina di libertà culturale, indipendente dal soldo? Rientriamo nella difficoltà del rapporto tra democrazia e libertà di ricerca, di studio e di creazione del libero pensiero.
6. La «buona scuola» è quella che prima di tutto forma e poi aggiorna il suo personale formativo. Ma accanto all’attenzione rivolta ai deficit negli alunni diversamente abili, non si registra attenzione alle ragazze e ai ragazzi dotati di elevate capacità cognitive (plusdotati) ai quali, se manca attenzione ed adeguata declinazione dell’attenzione didattica, si aprono grave stasi apprenditiva, demotivazione e conseguenti disturbi.

Se manca una risposta adeguata a tutto questo e ad altro che per brevità non vien detto, riforma sarà ma nel segno purtroppo di «controriforma»: può il cittadino restane inerme visto che in giuoco sono i criteri formativi per i suoi figli? Può essere tutto demandato ai parlamentari? Sono questi illuminati conoscitori di psico-pedagogia, di didattica e di sociologia della formazione? Diamoci una risposta in tempo!