Memorie, esperienze e conoscenze cercansi

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In un recente passato qualche mente ancora lucida, forse ricordando vecchie storie di uomini che non avevano rifiuti da raccogliere (perché ogni cosa, se prodotta in quantità sostenibili e se ben trattata, è sempre una risorsa), facendo riferimento alle conoscenze che potevano essere tratte dai processi naturali di demolizione biologica del materiale di ricambio (il rifiuto fisiologico dei vari tessuti organici delle specie viventi), si era ingegnata a ricostruire i processi biologici naturali di degradazione delle diverse tipologie di rifiuti e, ancora, a provare come questi stessi potessero, addirittura, essere trasformati in nuove risorse.

Oggi nel mondo agricolo è sempre più diffuso il trattamento degli scarti agricoli a fini energetici. Sempre più spesso, oggi, gli impianti per il trattamento degli scarti agricoli (nei quali le tecnologie sono applicate per costruire buoni strumenti di gestione delle risorse e non attivano, invece, entusiastiche e deviate visioni ideologiche di un mondo avanzato) arrivano ad offrire anche l’autonomia energetica (a Km zero) ad intere aziende.
Sono impianti complessi che, però, per la specificità dei rifiuti (spesso di un solo tipo e di un’unica provenienza) possono essere gestiti con regolarità e procurare conseguenti e sicuri vantaggi economici. In questo settore produttivo si tratta di imboccare le strade offerte dalle conoscenze sui processi naturali e dalla loro idonea applicazione per lo smaltimento di scarti agricoli selezionati per la trasformazione, in forme utili, dell’energia residua in essi ancora presente.
Nel passato, le acque di vegetazione, i residui dell’industria olearia, finivano spesso in cave o in inghiottitoi nei quali producevano un ambiente tanto degradato e inquinato, da essere soprannominato «inferno». In questo caso, invece, il rifiuto non dovrebbe esistere se prendiamo atto che le olive, lasciate cadere, su terra sono soggette ad una naturale degradazione (pur contenendo significative quantità di polifenoli che, con la loro attività antimicrobica, possono ostacolare la biodegradabilità degli altri componenti organici). Possiamo, allora, rilevare che il problema, qui, non sono i reflui di lavorazione delle olive, ma la nociva pratica di «scaricarli» nel sottosuolo e di lasciarli degradare nel peggiore dei modi, arrivando, così, anche ad inquinare preziose falde acquifere.
Questi stessi reflui, se opportunamente restituiti in ambiente agricolo, possono, invece, contribuire all’irrigazione e fertilizzazione del terreno. Sostenere il costo del trasporto dei reflui e rispettare qualche regola, sui luoghi e sui tempi che consentano la pratica dello sversamento delle acque di vegetazione sul terreno per favorirne la fertilità, sono condizioni accettabili che sono sufficienti a risolvere vantaggiosamente problemi, altrimenti gravi, dell’industria olearia.