Terremoti, urge una strategia di lungo termine

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«Un problema generale di questo tipo di problematiche è il fatto che esse vanno affrontate su scale di tempi lunghi che spesso superano l’orizzonte temporale entro cui si sviluppano iniziative politiche rivolte al conseguimento di consenso in vista di scadenze elettorali. Se l’opinione pubblica è distratta o poco attenta rispetto a problemi di lungo termine e non esercita una pressione sulle istituzioni perché siano mantenuti in agenda e in primo piano problemi che potranno avere soluzione solo nell’arco di diverse legislature, fatalmente la politica emarginerà tali problemi»

Dalla mattina del 18 gennaio il centro Italia è precipitato nuovamente nell’incubo terremoto.
Gli ultimi dati ufficiali forniti dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) parlano di circa 960 terremoti di magnitudo compresa tra 3 e 4, 57 quelli di magnitudo compresa tra 4 e 5 e 9 quelli di magnitudo maggiore o uguale a 5.
Una sequenza di eventi molto attiva tra le province dell’Aquila (Montereale, Pizzoli, Capitignano, Campotosto, Cagnano Amiterno) e Rieti (Amatrice).
Gli eventi sono stati localizzati dalla Rete Sismica nazionale dell’Ingv in un’area lunga circa 10-15 km in direzione appenninica e larga circa 5-6 km che si trova in una zona a pericolosità sismica molto alta, compresa tra l’area interessata dalla sequenza sismica del 2009 e la parte meridionale della sequenza sismica iniziata il 24 agosto scorso in Italia centrale.
Abbiamo voluto porre alcune domande al dottor Vincenzo Del Gaudio, Ricercatore di Fisica terrestre presso il Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari «Aldo Moro».

Cosa sta avvenendo nel centro Italia sotto il profilo geologico?
In generale, i terremoti sono fenomeni di vibrazione del suolo causati dal passaggio di onde elastiche che si propagano attraverso la Terra a partire da una zona sorgente che è stata sottoposta ad un rapidissimo processo deformativo. La maggior parte dei terremoti è causato dalla rottura di masse rocciose lungo superfici di faglia, all’interno del guscio litosferico rigido che avvolge il corpo terrestre. Questi fenomeni si concentrano principalmente lungo i margini di placche litosferiche in moto relativo tra di loro: tali movimenti generano l’accumulo di stress tettonici che localmente, dove e quando viene superato il limite di resistenza delle rocce, producono la rottura delle faglie. Uno di tali margini corre lungo la catena Appenninica ed è il margine della micro-placca adriatica, soggetta ad un complesso sistema di spinte tra placche maggiori contigue, cioè quella europea e quella africana. La disomogenea distribuzione degli stress, dovuta alla complessità del sistema di spinte, e le eterogeneità strutturali, che determinano una diversa resistenza lungo tale margine, causano rotture a diverse scale di grandezza che si distribuiscono in modo irregolare nello spazio e nel tempo. Ne consegue che, a fronte di una microsismicità diffusa, associata a rotture minori, occasionalmente emergono crisi sismiche maggiori, associate a cedimenti più estesi.
Una di queste crisi sismiche è quella iniziata il 24 agosto scorso con il terremoto di magnitudo 6,0 localizzato nei pressi di Accumoli. Questa crisi sta interessando un tratto della catena Appenninica centrale di circa 75 km che attraversa quattro regioni (Marche, Umbria, Lazio ed Abruzzo). L’attività sismica si è caratterizzata per una distribuzione spazio-temporale degli eventi sotto forma di sequenze sismiche focalizzatesi lungo strutture tettoniche distinte ma contigue, con un elevato numero di scosse potenzialmente in grado di produrre danneggiamenti (venti scosse di magnitudo maggiore o uguale a 4,5) fino a un picco di magnitudo 6,5 il 30 ottobre nei pressi di Norcia. Quest’ultimo evento è il più forte degli ultimi 35 anni, inferiore solo a quello dell’Irpinia del 1980 (di magnitudo 6,9) e di magnitudo pari a quello che colpì il Friuli nel 1976.
L’inizio del processo, in occasione del terremoto del 24 agosto, ha indotto un’alterazione nello stato di stress tettonico esercitato su queste faglie, trasferendo gli sforzi di volta in volta da una struttura all’altra e concentrandoli in misura tale da superare la loro resistenza alla rottura. Una sequenza di eventi ravvicinati di elevata energia nell’arco di pochi mesi non è un fenomeno insolito per questa parte della catena Appenninica. È infatti documentata storicamente una sequenza di eventi di magnitudo anche superiore a quelli della presente crisi sismica (con magnitudo fino a 6,8) tra l’Umbria meridionale, il Reatino e l’Aquilano, verificatisi tra il febbraio e il gennaio del 1703, con l’attivazione, tre anni dopo, di un’altra struttura più meridionale, in corrispondenza della Maiella. In questo contesto, il fatto che il 18 gennaio si siano verificate 3 scosse di magnitudo maggiore di 5,0 nell’arco di un’ora ed una quarta dopo altre tre ore, rappresenta una combinazione di eventi che, con queste modalità, non era stata osservata in precedenza, ma che comunque ripete, sia pure su una scala di tempi più ravvicinati del solito, uno schema di comportamento sismico caratteristico di questa area.

In che modo si può dare supporto alla popolazione colpita?
Il problema del soccorso alle popolazione colpite va suddiviso in due fasi. La prima è quella della gestione dell’emergenza finalizzata a sottrarre le popolazioni colpite alla minaccia che alla loro vita e alla loro salute derivano dagli effetti indotti dal terremoto sulle strutture in cui le popolazioni risiedono e svolgono le normali attività. In questa fase è bene che la gestione dell’emergenza sia condotta da personale specializzato, dato che lo spontaneismo volontaristico, per quanto animato dalle migliori intenzioni, può generare più intralcio che utilità (si pensi a quanto il flusso dei soccorsi organizzato dalla Protezione Civile possa essere ostacolato dal traffico di mezzi privati di volontari che accorrono per dare aiuto al di fuori di ogni coordinamento). È quindi opportuno che chi, dall’esterno delle aree colpite, voglia portare aiuto, abbia una specifica preparazione e si metta comunque a disposizione di strutture collegate a quelle preposte alla gestione dell’emergenza (Protezione Civile nazionale o regionale, Vigili del Fuoco, Forze Armate, Aziende Sanitarie Locali).
In una seconda fase, occorre prevedere un sostentamento delle popolazioni colpite per tutte le esigenze di quanti sono costretti ad allontanarsi dalle proprie abitazioni e dalle proprie attività, provvedendoli di luoghi dove poter risiedere, di risorse per il loro sostentamento (alimenti, abiti, medicine), nonché di strumenti per la ripresa, quando e dove possibile, delle attività economiche attraverso le quali recuperare una autonomia dalla dipendenza dai flussi di distribuzione dei mezzi di sostentamento. Anche in questo caso è opportuno che i contributi che si vogliano fornire, sia in termini finanziari sia di mezzi materiali, siano raccolti attraverso organismi che abbiano un collegamento con le autorità preposte alla gestione della fase post-emergenza, in modo da ottimizzare l’acquisizione di risorse, evitando sprechi (per esempio legati all’accumulo di generi in eccesso rispetto alle effettive esigenze). È comunque da tenere presente che questa seconda fase può avere una durata molto lunga ed occorre che non vada incontro ad una caduta di attenzione ed interesse, una volta passata la fase emotiva della prima emergenza. Da questo punto di vista, gli organi di informazione possono svolgere un ruolo utile nel mantenere la memoria di queste necessità prolungate nel tempo, anche quando l’attenzione tende a spostarsi verso nuove emergenze.

Una situazione emergenziale senza fine… come si può convivere con le calamità, scomode ma certamente naturali?
Un aspetto fondamentale è la diffusione della consapevolezza del problema rappresentato dai rischi naturali in modo da orientare tutti i comportamenti della vita di ogni giorno a pratiche che possano mitigare gli effetti di fenomeni naturali critici quando questi si dovessero manifestare. È essenziale che sia il sistema della formazione scolastica, sia quello dell’informazione indirizzino la generalità della popolazione ad una capacità di «lettura» del territorio in cui vivono, prendendo coscienza dei suoi problemi. Molte scelte sull’uso del territorio, per esempio relative a dove e come insediare nel territorio strutture residenziali e attività produttive, se fatte senza conoscenza delle criticità che vi si possono verificare, possono rappresentare il preludio a future catastrofi. Il perseguimento di qualche vantaggio di breve termine che può derivare da una scelta poco oculata deve essere sempre messo a confronto con le conseguenze disastrose che possono manifestarsi a lungo termine. È essenziale, però che questo atteggiamento di responsabilità sia coltivato perché si trasformi in un abito mentale consolidato nella generalità della popolazione, senza che debba essere forzato dall’imposizione di un’autorità esterna, le cui prescrizioni potrebbero essere in varie forme eluse. Ci sono paesi in cui si coltiva una vera e propria cultura dei luoghi delle catastrofi, che vengono in qualche misura conservati e resi fruibili a visite guidate, in modo da attivare una consapevolezza dei problemi dei rischi naturali che si può poi riflettere nelle scelte fatte ogni qualvolta le attività individuali si intersecano con le potenziali criticità del territorio. Può anche essere utile prevedere periodicamente non solo campagne informative sui rischi presenti nel proprio territorio, ma anche esercitazioni periodiche che, con il loro ripetersi, promuovano l’adozione automatica di comportamenti corretti al manifestarsi di crisi ambientali.

Quali gli scenari a breve e lungo termine e in che modo la società civile, le istituzione, il mondo della ricerca devono reagire dinanzi alla consapevolezza di un’Italia che trema?
Rispetto al problema del terremoto occorre predisporre una strategia di lungo termine che affronti i nodi strutturali attraverso i quali un fenomeno naturale come il terremoto si può trasformare in un disastro ambientale. A questo riguardo un contributo fondamentale può derivare dalla stretta interazione tra le istituzioni politico-amministrative e il mondo della ricerca che analizza i fenomeni naturali e le sue conseguenze per individuarne gli snodi critici su cui intervenire in modo da mitigarne le conseguenze. In questo ambito negli ultimi decenni si sono fatti indubbiamente dei progressi attraverso processi di trasferimento in nuove normative delle più aggiornate conoscenze tecnico-scientifiche acquisite sulle caratteristiche del territorio e sulle modalità di fronteggiarne le criticità. Questo è però un processo che non deve mai considerarsi esaurito e definitivo, perché il mondo della ricerca acquisisce nel tempo una conoscenza sempre più approfondita dei fenomeni, che può suggerire soluzioni sempre migliori ai problemi ambientali. Un ruolo essenziale in questa interazione tra mondo della ricerca ed istituzioni può essere svolto dalla società civile. Un problema generale di questo tipo di problematiche è il fatto che esse vanno affrontate su scale di tempi lunghi che spesso superano l’orizzonte temporale entro cui si sviluppano iniziative politiche rivolte al conseguimento di consenso in vista di scadenze elettorali. Se l’opinione pubblica è distratta o poco attenta rispetto a problemi di lungo termine e non esercita una pressione sulle istituzioni perché siano mantenuti in agenda e in primo piano problemi che potranno avere soluzione solo nell’arco di diverse legislature, fatalmente la politica emarginerà tali problemi riprendendoli in considerazione solo sporadicamente, in occasione del verificarsi di nuove emergenze. Prima di incolpare la politica delle carenze che si sono manifestate in passato rispetto ad un impegno continuativo (in termini di attenzione e di risorse investite) sullo studio e la gestione del territorio e sulla riduzione della sua vulnerabilità alle catastrofi, occorre interrogarsi se la società civile abbia sempre saputo fare le richieste giuste in questo ambito. È essenziale che attraverso la formazione e l’informazione, un atteggiamento di responsabilità ambientale sia promosso presso la generalità dell’opinione pubblica e non rimanga confinato ad una ristretta cerchia di persone più inclini ad interessarsi a questi argomenti.