La mappa dei beni da salvare

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Qualche migliaio di frane e qualche centinaio gli eventi franosi principali che hanno causato vittime, feriti, evacuati e danni ad edifici, beni culturali e infrastrutture lineari di comunicazione. Oltre 150 eventi principali nel 2016; 311 eventi nel 2015

Si è tenuto a Roma presso la Sala del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) il Convegno «La Cultura da salvare: beni culturali e rischi naturali. La Mappa e il Piano nazionale degli interventi» organizzato dalla Struttura di missione Italia sicura della Presidenza del Consiglio dei ministri in collaborazione con il ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo e l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).
Tra i relatori anche Mauro Grassi, Presidente del Consiglio che ha relazionato su «La Mappa delle opere a rischio frane e alluvioni. Il Piano nazionale degli interventi. Il Piano finanziario» e Alessandro Trigila, dell’Ispra che ha tenuto invece un intervento in merito alla «Mappa dei beni culturali a rischio idrogeologico in Italia».
Mauro Grassi, Presidente del Consiglio, nella sua presentazione ha evidenziato come il Piano già finanziato dal Governo preveda 9,9 miliardi di cui 7,6 miliardi di nuove risorse del ciclo 2015-2023 e 2,3 di risorse della vecchia programmazione 2000-2014. Si tratta di risorse mirate in primo luogo (specialmente quelle della nuova programmazione che è regolata, per i criteri di selezione dei progetti, dal Dpcm del luglio 2015) alla messa in sicurezza della popolazione a rischio. Nonostante questo, in particolare nell’ambito degli interventi a difesa delle città metropolitane ma anche di medie città a rischio (come Parma), molti interventi contribuiscono anche alla sicurezza dei beni culturali. Ma, dice Grasso, per avere un più diretto intervento sui beni culturali occorrerà, in fase di revisione del Dpcm dei criteri, prevedere risorse dedicate in via esclusiva a questa tipologia di intervento. Come accade per i piccoli borghi montani, per le infrastrutture, per le strutture economiche e per altre tipologie di esposti a rischio la prevalenza dell’indicatore della popolazione a rischio può essere superata soltanto con selezioni separate per tipologia e con risorse dedicate. Inoltre, anche nel caso dei beni culturali si parla di gestione del rischio e non banalmente di riduzione della pericolosità del luogo.
Pertanto vanno certamente realizzati interventi strutturali ma anche, e in qualche caso prevalentemente (sulla base di un calcolo costi/benefici) interventi non strutturali (si veda la struttura di innalzamento dell’ultima cena del Vasari, da poco ristrutturata dall’alluvione del 1966, che consente il salvataggio della tela in caso di alluvione).
Alessandro Trigila dell’Ispra invece ha affrontano l’argomento andando in primis a definire i compiti istituzionali di Ispra in tema di difesa del suolo che vanno dalla raccolta, elaborazione e diffusione dei dati in materia di difesa del suolo e dissesto idrogeologico riferiti all’intero territorio nazionale (Attività conoscitiva – Artt. 55 e 60 D.Lgs. 152/2006 «Norme in materia ambientale») al rilevamento, aggiornamento e pubblicazione della Carta geologica nazionale (Carg), dall’aggiornamento dell’Inventario dei fenomeni franosi in Italia in collaborazione con le Regioni e le Province Autonome di Trento e di Bolzano alla gestione del sistema informativo Repertorio nazionale degli Interventi per la Difesa del Suolo (ReNDiS), per il monitoraggio degli interventi e la formazione del Piano nazionale di mitigazione del rischio idrogeologico. Inoltre l’Ispra risulta essere struttura operativa del Servizio nazionale della Protezione Civile, Centro di Competenza nazionale e supporta il Dipartimento della Protezione Civile in materia di microzonazione sismica.
Attività queste sviluppate da Ispra che sono di supporto alle decisioni per individuare le priorità nelle politiche di mitigazione e nell’informazione al cittadino.
Perché l’indicatore nazionale dei beni culturali a rischio è rappresentato dalla formula R = P × E × V dove R = Rischio P = Pericolosità E = Elementi esposti V = Vulnerabilità ed ha come metodologia quella di rispondere a criteri di trasparenza e replicabilità avendo dati confrontabili su scala nazionale.
In Italia l’Ispra e le Regioni e le Province Autonome hanno realizzato l’Inventario dei fenomeni franosi (Progetto Iffi) che ha censito 614.799 frane che interessano un’area di circa 23.000 km, pari al 7,5% del territorio italiano.
Ma quante frane ci sono in Italia ogni anno?
Qualche migliaio e qualche centinaio gli eventi franosi principali che hanno causato vittime, feriti, evacuati e danni ad edifici, beni culturali e infrastrutture lineari di comunicazione. Oltre 150 eventi principali nel 2016; 311 eventi nel 2015.
Una pericolosità di frana e idraulica che rappresenta la probabilità di occorrenza di un fenomeno potenzialmente distruttivo, di una determinata intensità in un dato periodo, in una data area, aree che in carta vengono individuate dai Piani di assetto idrogeologico (Pai) che includono, oltre alle frane già verificatesi, anche le zone potenzialmente suscettibili a nuovi fenomeni franosi.
Una mosaicatura nazionale delle aree a pericolosità da frana dei Pai e delle aree a pericolosità idraulica perimetrate dalle Autorità di Bacino.
Ma diamo un po’ di numeri…
Le aree a maggiore pericolosità (elevata e molto elevata) sono pari al 7,9% (23.929 km) del territorio nazionale; i beni culturali, architettonici, monumentali e archeologici, a rischio frane sono 38.829 (18,9%), di cui 10.909 (5,3%) in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata. Solo una parte dei beni a rischio sono direttamente minacciati da frane attive; per molti di essi sono necessari studi di maggior dettaglio a scala locale e/o sistemi di monitoraggio per la misura di eventuali deformazioni.
Le aree a pericolosità idraulica media, con Tempo di ritorno (Tr.) fra 100 e 200 anni, sono pari all’8,1% (24.411 km) del territorio italiano con un dato su base nazionale pari a 40.393 beni culturali nello scenario di pericolosità idraulica bassa P1; di cui 30.424 nello scenario di pericolosità idraulica media P2.
Ad esempio, a Roma ci sono 2.140 beni architettonici, archeologici e monumentali a rischio idraulico nello scenario a scarsa probabilità di accadimento P1 (Tr. 500 anni); 190 Beni nello Scenario P2 (Tr. 200 anni) con l’area inondata che includerebbe anche il centro storico tra cui Piazza Navona, Piazza del Popolo e il Pantheon.
A Firenze invece i beni architettonici a rischio idraulico con Tr. 200 anni sono in numero pari a 1.276.
Perché la relazione che si scatena sul territorio nazionale tra la salvaguardia dei beni culturali e l’insistenza dei rischi naturali connessa alla peculiare storia geologica del Paese è un argomento che in Italia viene affrontano troppo frequentemente e troppo spesso diventa oggetto delle prime pagine di cronaca necessitando pertanto di un impegno costante.