Partire dalle cose da fare. Ma quali?

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Ilva Taranto

L’ambiente continua ad essere il grande assente in ipotetici accordi sulla Cosa pubblica italiana perché è il vero punto di discrimine tra le forze in campo. Eppure, se non si parte da qui, il fallimento è scontato perché il disaccordo è solo rimandato

Partire dalle cose da fare, è il mantra che sentiamo ripetere dal giorno dopo i risultati elettorali, sia da M5s sia da Lega.

Certamente il lavoro, le tasse il rilancio dell’economia il riordino dell’emigrazione, sono punti cruciali e attesi da una società che è allo stremo e alle prese con una povertà crescente e sempre sul filo della crisi interna. Ma sono proprio questi i punti fondamentali?

Se in Italia si vuole passare dal dire al fare non c’è scampo, si deve passare dal coordinamento fra le forze politiche indicate dagli italiani o scegliere (lo sport che più piace) elezioni continue.

Forse è il caso di pensare alle cose da fare, che sono tante.

Il nodo, quello vero, emerge ora.

La destra, e la Lega è certamente una forza di destra, ha sempre fatto coincidere le cose da fare con la produzione. Produzione significa fabbriche, edilizia, industrializzazione, ed anche quando si parla di energie alternative si parla in termini di «sostegno alle energie rinnovabili». Nel programma della Lega si parla più specificatamente di gestione dei rifiuti, qualità dell’aria, bonifiche urbane, consumo del suolo, compensazioni ambientali per gli impianti inquinanti e di trasporti elettrici.

Ma sempre di produzione si tratta, una visione riveduta e corretta dell’industrializzazione che strizza l’occhio alla sostenibilità. È sufficiente? Questo è parlare di ambiente?

Fino ad ora i temi ambientali non sono emersi, ancora non si capisce se, «sulle cose da fare», si ritroveranno M5s e Lega o Centro destra. Ma anche se, per magia, dovesse chiamarsi in ballo il Pd, la sostanza non cambia, anche perché il Pd, con i suoi ultimi governi, è stato quanto di peggio abbiamo avuto, spesso arretrando l’Italia di anni.

Ma noi siamo certi che l’ambiente non è quello descritto dai programmi elettorali dei partiti.

Se si entra nel dettaglio, ci chiediamo fino a che punto ci sarà accordo sulla Tap, sulle trivellazioni, sull’Ilva, sui rifiuti nucleari, sui cambiamenti climatici, sulla caccia, sulla perdita di suolo…?

Siamo di fronte a visioni opposte. E, bisogna dire con vigore, non c’è molto da scegliere o discutere.

I cambiamenti climatici, la perdita massiccia di biodiversità, la mancanza di un piano energetico serio, lo strapotere della chimica nell’ambiente e nell’agricoltura, sono problemi enormi.

Sono questi i punti di partenza di una revisione dei trasporti, di un ordinamento dell’edilizia, di un recupero dell’ambiente.

La Lombardia e il Veneto, spesso portati ad esempio di gestione impeccabile, sono totalmente fallimentari in campo ambientale. La Lombardia dal punto di vista del consumo di suolo o dell’inquinamento ambientale e della qualità dell’aria con la Pianura Padana che è l’area europea con il maggior tasso di inquinamento.

Il Veneto è un pessimo esempio per la caccia e per la gestione del turismo a Venezia, senza citare gli scandali legati al Mose. Eppure il turismo è la carta che la Lega vuole giocare al Sud…

Sì, queste elezioni sono un punto di svolta. I cittadini sono stati chiari. Ma se si parte con i soliti giochi per l’Italia si apre un baratro di incertezze.