Mediterraneo, un mare pieno di coralli

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Mare Sicilia coralli
Coralli nel mare di Sicilia

La ricerca effettuata al largo di Monopoli non è altro che un approfondimento della conoscenza del coralligeno pugliese ben noto ai ricercatori marini fino dagli anni 60. La caratteristica di questo coralligeno è che struttura di base del concrezionamento in tale sito, tra i 35 e i 50 metri di profondità, è dominata da madreporari e quindi è simile a quella delle barriere coralline tropicali. Quindi l’unica affinità con le barriere tropicali è che ci si trova di fronte a una struttura calcarea formata da coralli, che però niente ha a che vedere con la genesi delle barriere coralline propriamente dette e con le specie che le formano

Che cosa sta avvenendo nel Mediterraneo? Plastica, inquinamenti, tropicalizzazione, specie aliene, supersfruttamento da parte della pesca, scoperte apparentemente sensazionali. Ma fino a che punto conosciamo il nostro mare?

E la stampa generalista, quella che pubblica di tutto e a cui spesso si affidano anche i ricercatori pensando che il solo nome possa metterli al riparo da strumentalizzazioni ed errori, purtroppo non contribuisce a fare vera informazione.

In merito alla situazione attuale e all’annuncio di formazioni coralline nuove, abbiamo sentito Andrea Peirano (Enea, Marine Environment Research Centre, Forte di S. Teresa, La Spezia).

Si parla da tempo della tropicalizzazione del Mediterraneo, quali segnali concreti si aggiungono a quelli già noti, dalla caulerpa al pesce palla?

Il termine tropicalizzazione del Mar Mediterraneo in verità è una semplificazione odierna di molteplici aspetti di scambi di specie tra questo mare e i mari confinanti come l’Oceano Atlantico, il Mar Nero e il Mar Rosso e gli oceani più lontani. In Mediterraneo la ripartizione biogeografica di una specie marina era basata fino a circa mezzo secolo fa su dei limiti termici: in pratica le temperature minime e massime legate alla biologia di una specie e alla sua sopravvivenza ne definivano l’estensione geografica della popolazione sia in termini di areale sia di profondità. Dal punto di vista geomorfologico l’unico vero impedimento allo scambio di specie, almeno quelle più profonde, era costituito dallo Stretto di Gibilterra, la cui soglia non supera i 300 m di profondità.

Dalla metà dell’Ottocento in poi però le cose sono cambiate; infatti l’apertura del Canale di Suez nel 1869 ha permesso l’entrata di specie tropicali dal Mar Rosso e in seguito, a partire dal dopoguerra, l’incentivarsi degli scambi commerciali tra i porti di tutto il mondo ha favorito il trasferimento di specie mai ritrovate precedentemente in Mediterraneo, soprattutto grazie al trasporto da un mare all’altro di ingenti quantità di acqua e organismi per mezzo delle acque di zavorra delle navi.

Tralasciando le immissioni accidentali di specie come la conosciuta «alga killer» Caulerpa taxifolia o l’introduzione voluta per scopi commerciali della vongola filippina Ruditapes philippinarum, non c’è dubbio che oggi la presenza di oltre 700 specie tra aliene (introdotte a causa dell’uomo) e specie non indigene è sicuramente facilitata dal cambio climatico, che mette a rischio la biodiversità mediterranea. L’innalzamento della temperature media dell’aria e il verificarsi di episodi di riscaldamento eccessivo e protratto delle acque marine in estate ha avuto come conseguenze l’annullamento delle barriere termiche (termoclini) che salvaguardavano le specie più profonde, e ha generato fenomeni di mortalità e di malattie che hanno colpito le specie che caratterizzano i popolamenti chiave del Mediterraneo. Segni tangibili sono stati in questi decenni i fenomeni di mortalità diffusa di gorgonie sui fondali tra 15 e 50 m di profondità e la diffusione e la colonizzazione delle specie aliene. Questi fenomeni sono in crescendo da trent’anni a questa parte e le specie aliene continuano ad aumentare di giorno in giorno apportando ulteriori prove evidenti di quelli che sono gli effetti del cambiamento globale sul nostro pianeta, effetti già previsti almeno 25 anni fa nei rapporti del Gruppo Internazionale sui Cambiamenti Climatici noto anche come International Panel on Climate Change (Ipcc).

In Puglia sono stati scoperti da più di 50 anni formazioni di corallo chiamate coralligeno pugliese di formazione algale, com’è ora la situazione?

Il coralligeno è annoverato tra gli habitat prioritari inseriti nella Convenzione di Barcellona per la difesa della biodiversità. Generalmente è formato da una struttura organogena formata dal sovrapporsi di strati di concrezioni di alghe a scheletro calcareo (Lithophyllum sp., Peyssonnelia spp.) che, col passare degli anni, vanno a formare vere e proprie «rocce» su fondi costieri fino a oltre 100 m di profondità. Il coralligeno è uno degli habitat preferenziali per l’insediamento e colonizzazione di moltissime specie sia sessili (ancorate al substrato) sia mobili e rappresenta, sui fondali della piattaforma costiera, uno dei popolamenti più ricchi e diversificati insieme a quello della Posidonia oceanica. Per avere una idea della ricchezza di specie che si possono incontrare nel coralligeno un censimento delle stesse riporta un totale di 315 alghe e 1.290 animali di cui 110 sono pesci. Questa caratteristica concentrazione di specie fa del coralligeno uno degli habitat più importanti anche dal punto di vista economico in quanto luogo preferenziale di pesca costiera.

In ambiente scientifico il «coralligeno pugliese» è noto da anni come una formazione di origine organogena che caratterizza i fondali costieri della regione Puglia affacciate sul Mar Adriatico, fino a oltre 50 m di profondità. Segnalato già negli anni 60 per una particolarità del popolamento che comprendeva una notevole concentrazione di spugne è stato nel tempo sempre più studiato anche nelle sue parti più profonde, evidenziando differenze di struttura proprio in funzione della profondità. Ultimamente, grazie anche finanziamenti mirati, sono stati pubblicati studi che fanno il punto sulla ricchezza e varietà del coralligeno pugliese lungo tutta la regione. Tali studi evidenziano come la struttura del coralligeno vari in funzione anche della zona costiera, con concrezionamenti basali che possono essere dominati di volta in volta da alghe calcaree, da bivalvi (Neopycnodonte cochlear) o da madrepore.

Le formazioni segnalate da ricerche Enea nel Tirreno e al largo della Sicilia, o quelle al largo di Lampedusa che tipo di formazioni sono?

Da una decina di anni la ricerca sulle caratteristiche biologiche dei fondali oltre 50 m di profondità sta progredendo, accumulando segnalazioni e ricerche sugli ambienti profondi.

Grazie ai grandi passi in avanti dell’elettronica molta strumentazione oceanografica, che una volta per il suo peso e ingombro presupponeva solo l’uso delle poche, grandi navi da ricerca disponibili, oggi ha ridotto di molto i pesi e i volumi e ha la possibilità di essere imbarcata su imbarcazioni più modeste e dai costi meno impegnativi. Sistemi come i sonar a scansione laterale (Side Scan Sonar) e i sonar a multifascio (Multibeam), sono diventati gli strumenti di base per la cartografia in mare, così come i veicoli remoti filoguidati (Rov) che, muniti di telecamere, riescono a documentare le caratteristiche biologiche del fondale fino oltre 600 metri di profondità.

Con tali strumenti molte esplorazioni sono state compiute in questi ultimi anni; sono state studiate aree di coralligeno profondo fino a 100-200 metri di profondità, con il ritrovamento di «foreste» di corallo nero (Antipathes spp), e da 300 a oltre mille metri di profondità con la mappatura di vaste aree a coralli bianchi (Madrepora oculata, Lophelia pertusa).

In questo modo la conoscenza e distribuzione geografica di queste specie che era limitata fino ad alcuni anni fa solo allo studio e catalogazione dei reperti raccolti nei musei e negli istituti di ricerca che avevano avuto la possibilità di effettuare campagne di ricerca nel Mediterraneo, si fa oggi sempre più completa. In ogni parte del Mediterraneo esistono informazioni storiche che permettono di esplorare sempre nuovi siti. Le zone rocciose più profonde e soprattutto i canyon sottomarini sono quelli che ci stanno riservando più sorprese in tutti i nostri mari, in quanto l’azione distruttiva della pesca a strascico, in Italia limitata a circa 600-700 metri di profondità non ha potuto intaccare questi popolamenti. In questo ambito le ricerche Enea nel Mar Ligure hanno contribuito al ritrovamento di ciò che resta dei banchi di coralli bianchi che erano stati mappati negli anni 50 e che si ritenevano scomparsi. Questo ritrovamento si somma a quelli effettuati da altri Istituti e centri ricerca in tutti i mari italiani dal Mar Adriatico, al Mar Ionio, in Sardegna, nel Golfo di Napoli e nel Tirreno.

La recente scoperta di coralli di origine animale, segnalata al largo di Monopoli, che caratteristiche hanno? Questa scoperta pugliese si può definire barriera corallina?

I coralli sono animali e non piante come era apparso ai primi naturalisti nei secoli passati. Come accennato precedentemente la ricerca effettuata al largo di Monopoli non è altro che un approfondimento della conoscenza del coralligeno pugliese ben noto ai ricercatori marini fino dagli anni 60.

La caratteristica di questo coralligeno è che struttura di base del concrezionamento in tale sito, tra i 35 e i 50 metri di profondità, è dominata da madreporari e quindi è simile a quella delle barriere coralline tropicali. Quindi l’unica affinità con le barriere tropicali è che ci si trova di fronte a una struttura calcarea formata da coralli, che però niente ha a che vedere con la genesi delle barriere coralline propriamente dette e con le specie che le formano.

E come mai dopo tanti allarmi sulla qualità del mare Adriatico, martoriato dagli apporti del Po che hanno portato ogni tipo di metalli pesanti e nutrienti, ora nascono i coralli? e per giunta non nello stretto di Otranto dove c’è un ricambio più veloce rispetto alla zona della Puglia centrale?

I coralli ritrovati in Puglia sono specie comuni del Mediterraneo. Le loro caratteristiche sono una grande adattabilità alle caratteristiche di torbidità e alla diminuzione di energia luminosa quali quelle che si possono ritrovare nel sito studiato. Quindi non sono specie tropicali e questo studio niente ha a che fare con il ritrovamento di specie di origine tropicale nel Mediterraneo.

 

Ignazio Lippolis