Incendi? Prima fermare ipocrisia e ignoranza

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GP incendio amazzonia
ALTA FLORESTA, MATO GROSSO BRAZIL: Aerial image of burning in the city of Alta Floresta in the state of Mato Grosso. (Photo: Victor Moriyama / Greenpeace)

Quegli stessi che nel mondo si stanno macchiando di sangue e stanno spargendo il dolore di intere popolazioni, sono gli stessi che stanno ipocritamente offrendo aiuto e denaro al Brasile per spegnere gli incendi. Ma se non si spegne l’interruttore generale che alimenta il riscaldamento globale è tutto inutile

Scandalo, indignazione, petizioni… questo e altro sta scatenando l’ondata di incendi che ora, più visibili, sta investendo il pianeta.

Ma negli ultimi 30 anni dov’erano queste persone sensibili che scrivono libri, saggi, partecipano a convegni e si muovono abilmente nei salotti e sulle testate nazionali?

Chi è nella stanza dei bottoni, ben conosce i rapporti Ipcc, il panel di scienziati organizzati dall’Onu per studiare i cambiamenti climatici. Non solo, ma probabilmente, questa classe politica, ha partecipato anche ai vari summit internazionali dove erano in scena politica, interessi, manovre per acquisire più potere e continuare lo sfruttamento di quelle terre che ora sono le prime a patire. E, forse, alcuni di questi politici hanno anche contribuito a fermare i trattati.

Incendi, perdita di biodiversità, estinzione di specie animali e vegetali, siccità, aridità del suolo, malattie, migrazioni… tutto discende dai cambiamenti climatici.

Il pessimismo che cresce non è un’opinione, uno status personale, una triste visione del mondo…

Come è possibile credere in un cambiamento se la leva del comando è sempre nelle stesse mani di coloro che hanno causato tutto questo perché fa parte di una visione di sfruttamento del pianeta per avere il massimo della ricchezza e non il massimo di benessere da condividere? Ed alcuni indignati che intervengono qua e là anche nei social, pensando di essere originali, ragionano all’interno della stessa logica senza comprendere che il nodo è lì: va trovato il coraggio di ribaltare i parametri.

Quegli stessi che nel mondo si stanno macchiando di sangue e stanno spargendo il dolore di intere popolazioni, sono gli stessi che stanno ipocritamente offrendo aiuto e denaro al Brasile per spegnere gli incendi. Ma se non si spegne l’interruttore generale che alimenta il riscaldamento globale è tutto inutile.

Sin dal 1990, l’Ipcc, notava che «il maggior effetto dei cambiamenti climatici potrebbe essere sulla migrazione umana se milioni di persone verranno sfollate a causa dell’erosione dei litorali, delle inondazioni costiere e dello sconvolgimento agricolo». Non ci si rende conto che ci troviamo di fronte ad uno scenario dove anche gli equilibri sociali e politici potrebbero venire rovesciati.

La siccità porta ad un aumento degli incendi, non solo, come sta accadendo ora, in Siberia e in zone remote del Pianeta ma in quasi tutto il globo (Nord e Sud America, Mediterraneo, Africa meridionale e Asia centrale) e quindi anche in Italia.

D’altra parte l’aumento della temperatura sembra solo crescere dai dati dell’era pre-industriale.

E non ci sono più accordi che tengano, qui serve intervenire e basta. Mettere da parte i giochi politici e cercare di salvarci.

Giustamente Greenpeace lancia l’allarme: dopo la Siberia e l’Amazzonia, anche la foresta pluviale del bacino del Congo, la seconda più grande al mondo, rischia di essere colpita da incendi indomabili, come già accaduto nel 2016.
In meno di una settimana (dal 21 agosto) sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa.
E come il cane che si morde la coda non ci rendiamo conto che con la sparizione dei ghiacciai diminuisce l’albedo, con l’incendio della steppa e delle foreste immettiamo più CO2 e togliamo gli alberi che assorbono CO2.
La foresta del bacino del Congo immagazzina 115 miliardi di tonnellate di CO2 (equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni) giocando quindi un ruolo fondamentale per regolare il clima del Pianeta.

Ma noi saremo in grado di rinunciare al tek e al mogano?

La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali.
«Invece di dare concessioni — dice Greenpeace — a multinazionali che traggono profitto dalla distruzione delle foreste, i diritti di gestione delle foreste devono essere trasferiti alle Popolazioni indigene, nel rispetto delle loro conoscenze tradizionali e degli standard ambientali».

Come si fa ad essere ottimisti davanti a tanta ipocrisia e affarismo? Chi può pianti alberi, si informi prima di ogni acquisto e si orienti verso consumi consapevoli. È l’unica arma che abbiamo per difenderci e sopravvivere.

Ignazio Lippolis