15 anni fa… «quando c’era una speranza, o almeno ci credevo»

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Serve un cambio di marcia

«I timori degli ambientalisti, sono facilissime profezie: i dati sono già lì, sotto gli occhi di tutti; sicché, la vera tragedia è quella dell’indifferenza e della cecità alle evidenze del territorio e alle conseguenze di modelli di sviluppo scriteriati»

Pubblichiamo questo contributo… d’annata, di Massimo Blonda. Come dice lui stesso, può essere una lettura «istruttiva». In questo spazio che abbiamo avviato, stiamo promuovendo una riflessione per arrivare subito ad un «cambio di marcia». Le decisioni ambientali non possono più aspettare e ciurlare nel manico riecheggiando slogan, promesse e frasi fatte non è più consentito a nessuno. Sfruttare l’ambiente per fare propaganda politica non è più possibile. Ora bisogna agire.

Correva l’anno 2004, quando organizzai una iniziativa a Bari in vista delle prossime regionali. Allora sembrava ci fossero spazi anche per soggetti come me, per dire cose forti, addirittura da dentro la politica. Quanto è cambiato da allora in politica (oltre alla mia fuga a gambe levate, intendo) e quanto è invece rimasto uguale in ciò che si sbaglia o non si fa, si può verificare facilmente, rileggendo la mia relazione introduttiva a quell’evento.

Io la trovo molto «istruttiva» a questo scopo. E di monito a me stesso!

È destino degli ambientalisti fare le Cassandre. La solitudine di Cassandra, però, si giustificava col privilegio e la condanna d’essere veggente fra tanti che non vedevano quel che lei vedeva, e quindi stentavano a crederle. I timori degli ambientalisti, invece, sono facilissime profezie: i dati sono già lì, sotto gli occhi di tutti; sicché, la vera tragedia è quella dell’indifferenza e della cecità alle evidenze del territorio e alle conseguenze di modelli di sviluppo scriteriati.

La recente alluvione era un disastro annunciato, come tanti altri. E le cause, come spesso, provengono da lontano, e cioè da un’incuria pluridecennale nella gestione sostenibile del nostro territorio piagato dall’inerzia di intere generazioni di politici, imprenditori e cittadini.

Un paragone con insediamenti industriali a rischio di incidente rilevante non sarebbe indicativo, poiché in questo caso parleremmo di insediamenti precisamente localizzati e i cui rischi non rappresenterebbero un’incognita nei piani di intervento della Protezione Civile.

In idrogeologia, invece, la questione si complica, sia per la vastità delle aree investite dal rischio, sia per la quota di imprevedibilità del rischio medesimo. Con queste premesse, è chiaro che non ha molto senso interrogarsi solo su come intervenire in caso di disastri naturali; il buon senso esigerebbe un discorso sulla prevenzione. Il dato di fondo è che la nostra civiltà ha dimenticato il suo passato e il rispetto della natura. Un disastro idrogeologico non è un oggetto oscuro; prevenirlo è possibile, coniugando memoria storica e scienza. la memoria storica è ricordare dove in passato i nostri progenitori hanno abitato e coltivato senza intoppi. È, in definitiva, l’adozione dell’esperienza empirica del passato, in termini di verificata duratura compatibilità tra ambiente e insediamenti, nella programmazione del presente. Se a ciò si aggiunge la capacità scientifica, oggi elevatissima, di modellizzazione e previsione del rischio, possiamo concludere che una prevenzione efficace è già possibile, e non da oggi; il vulnus della questione sta ancora in un’incuria generalizzata: abusivismo condonato in zone a rischio, concessioni edilizie «facili» quando non illegali, difficile attuazione di nuovi provvedimenti a tutela dell’ambiente. Lo spettro degli impedimenti è vasto e variegato: si va dal caso rionale o cittadino della lama ostruita sino alle politiche planetarie sull’inquinamento da gas serra.

Il settore ambiente nazionale dei DS da tempo è convinto che la più grande opera pubblica, ben prima del ponte sullo Stretto, debba essere il riassetto idrogeologico nazionale (commento di oggi: ma veramente lo si diceva nel 2004?). Per quanto costoso, costerebbe sempre meno dei danni che determina e, oltre a un miglioramento complessivo della qualità ambientale e della sicurezza dei cittadini, produrrebbe interessanti indotti per la vecchia imprenditoria edile e per una nuova imprenditoria della gestione territoriale e del turismo eco-consapevole.

Il nostro distretto, per esempio, sta conoscendo una diminuzione del numero di eventi piovosi nell’arco dell’anno. Questo vuol dire che con grande probabilità, piove e pioverà poche volte ma in modo più abbondante, e dunque che siamo seriamente esposti al rischio di alluvioni e allagamenti. Secondo la quasi totalità del mondo scientifico internazionale, il fenomeno sarebbe una conseguenza dell’effetto serra. In attesa di intervenire su questo fenomeno con le politiche del protocollo di Kyoto, abbiamo il dovere di intervenire a valle, anche perché la capacità d’assorbimento dei suoli sta drasticamente diminuendo per via dell’impermeabilizzazione degli stessi. Studi recenti sul nostro specifico territoriale hanno individuato altre cause del fenomeno, oltre quella più nota e generica della cementificazione: lo spietramento dell’Alta Murgia e il processo di desertificazione, di cui è a sua volta fondamentale causa la riduzione di componente organica dovuta allo sfruttamento del suolo (già in molti paesi i rifiuti organici sono compostati e restituiti alla terra). Sotto osservazione sono anche le coperture dei tendoni, che potrebbero aver contribuito all’alluvione del Tarantino dello scorso anno. Come si vede, siamo dinanzi a urgenze che investono differenti comparti: urbanistica, agricoltura, riciclaggio, smaltimento dei rifiuti, e che richiederanno un’adeguata concertazione degli interventi.

La città di Bari ha ancora molto cammino da fare; la cultura dello sviluppo sostenibile non è stata assimilata e per molti suona come una scomoda campana invece che provvidenziale campanello d’allarme. Si pensi, per esempio, alle perplessità manifestate dall’imprenditoria edile barese dinanzi ai vincoli imposti dal nuovo Pai (il Piano di assetto idrogeologico). Leggere la debita prudenza come un ostacolo alla libera proliferazione dell’iniziativa privata è, oltre che sbagliato sul piano meramente economico, un segnale culturalmente molto preoccupante. Difatti, a fronte di un probabile ridimensionamento delle aree a rischio verso il centro cittadino, è lecito attendersi che studi tecnici dopo l’alluvione indichino nuove aree a rischio non ancora segnalate, tipo quelle della lama S. Giorgio e altre ancora.

Credo che ci attenda un lungo e difficile lavoro di revisione del modo di progettare e fare sviluppo, condiviso e concertato fra le parti, ma la posta in gioco è talmente rilevante che abbassare la guardia oggi non ci è consentito. Occorre lo sforzo congiunto di tutti. Sviluppo sostenibile significa, semplicemente, non mettere il pianeta alle strette.

E, all’occorrenza, saper fare un passo indietro.

 

Massimo Blonda

All’epoca Responsabile ambiente e territorio per la Segreteria regionale DS Puglia