E dopo gli ulivi, tocca a mandorli e ciliegi…

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Intervista a Francesco Mastroleo, olivicoltore barese

Non c’è pace per la terra pugliese, e non c’è tregua per i suoi agricoltori. Dopo la distruzione di migliaia di ulivi, ora tocca anche a mandorli e ciliegi la stessa sorte. Due delle più importanti colture della Regione nell’arco di pochi mesi sono passate da piante resistenti, per le quali era addirittura chiesto il reimpianto, a pericolosi alberi da abbattere. Anche se verdi e produttivi. Tre cose da fare

La storia si ripete. E di questo passo si ripeterà fino a quando non resterà che il deserto ambientale, sociale ed economico. «La Regione Puglia ci vuole morti. È tempo che gli agricoltori si sveglino» a parlare è Francesco Mastroleo, olivicoltore barese, da tempo impegnato nella vicenda Xylella e tra i protagonisti del docu-film Legno Vivo – Xylella, oltre il batterio.

È passato quasi un decennio ormai dalla scoperta del batterio sul suolo pugliese, anni di lotte e denunce, sperimentazioni e commissariamenti, ordinanze ed esposti… malgrado il tempo, i conti che non tornano, il parere di tanti esperti, le numerose sperimentazioni scientifiche in atto, si continua ad abbattere ed irrorare con sostanze tossiche una terra che da tempo chiede pietà.

«Ora oltre gli ulivi vogliono abbattere anche mandorli e ciliegi — ci fa sapere Mastroleo — lo hanno annunciato candidamente durante una riunione a cui ho partecipato di persona in veste di presidente del comitato il Diritto dell’Ulivo. Era un incontro organizzato dal mio comune (Castellana Grotte, N. d. R.) ed erano presenti tutti i principali attori della scena agricola locale e regionale: Cia, Coldiretti, Regione Puglia, Anci Puglia, vari sindaci». L’incontro indetto per fare il punto della situazione sulla Xylella e, in particolare, «sulle nuove disposizioni per fronteggiare la lotta al batterio» non ha lasciato margine a dubbi.

«Lungi dal parlare di agricoltura, di territorio, delle diverse e sempre più numerose cure disponibili per contrastare il disseccamento, si è disquisito per oltre un’ora sul fatto di convincere agricoltori e privati cittadini a fare trattamenti fitosanitari e ad abbattere i propri alberi» ha affermato Mastroleo.

Eradicare ulivi, mandorli e ciliegi: l’unica soluzione?

olive puglia«A breve, brevissimo, ci ritroveremo con il sindaco di Castellana, di Conversano e di Turi, che dovrà indicare a un suo cittadino di dover abbattere un tomolo, 6mila, 7mila metri, di ciliegi attorno a una pianta di ulivo infetto ha dichiarato Paolo Leoci (Confagricoltura) senza che nessuno dei presenti battesse ciglio», ci spiega Mastroleo. Stiamo parlando delle più importanti produzioni agricole della zona. Abbattere mandorli e ciliegi nel barese significa cancellare il fatturato di intere aziende agricole, mettendo sul lastrico tutte le famiglie che vivono di questi frutti. «6mila, 7mila metri di ciliegi son cifre considerevoli per chi con l’agricoltura ancora campa — prosegue Mastroleo —. Basti pensare che un ettaro di ciliegio può fruttare anche 40mila euro in un anno». Non bruscolini insomma. Una decisione di certo non facile da far digerire, come la motivano?

«Si tratta di piante ospiti del batterio, ma le piante ospiti del batterio sono oltre 300! Qui l’accanimento è contro le piante produttive, non contro quelle ospiti! Dicono che il batterio avanza… ma ad avanzare a me sembra siano i monitoraggi. Hanno semplicemente definito indenne un’area mai monitorata prima. Ora che la monitorano ci trovano Xylella. Ma da quant’è lì? E fino dove arriva? Questo nessuno lo dice… — racconta Francesco —. Tutto questo non ha senso. Così come non ha senso che ora ci chiedano di abbattere alberi che fino a pochi mesi fa venivano dichiarate la salvezza di questa terra».

Non è passato un anno, infatti, da quando Coldiretti, sostenuta dalle evidenze scientifiche già documentate dal Cnr di Bari alla Regione Puglia e pubblicate dall’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, chiedeva la possibilità di reimpianto proprio per mandorlo e ciliegio, affermando che la ricerca ha dimostrato che il ciliegio e soprattutto il mandorlo hanno caratteri di resistenza non dissimili da quelli delle varietà di ulivo Leccino e FS17. Oggi quelle stesse associazioni di categoria sono pronte a intraprendere una campagna di convincimento nei confronti dei propri associati per persuaderli della necessità di abbattere proprio mandorlo e ciliegio. Che significa abbattere il loro lavoro e il loro stipendio. Ma tant’è…

Un attacco alle coltivazioni autoctone e locali

«In Puglia ormai ci siamo abituati — afferma Mastroleo —. L’hanno fatto per i vitigni e prima ancora per il tabacco. Poi è toccato agli ulivi e adesso, alle porte di Bari, è il turno di ciliegi e mandorle. Sembra un attacco alla nostra agricoltura, alla piccola e media impresa, ai piccoli produttori… a favore di chi? Per chi lavora davvero questa gente? Di chi sta facendo gli interessi? Qui ci perdiamo tutti. Non solo noi agricoltori. Ci perdono i consumatori, ormai assuefatti a un cibo industriale sempre più scadente, ci perdono i cittadini che abitano questo territorio, che da terra magica di immane bellezza si sta trasformando in un campo di serre, plastica e pannelli fotovoltaici, resort per ricchi e coltivazioni intensive. Ci perde tutto il nostro Paese, in termini di sovranità alimentare, cultura, salute e bellezza». C’è rabbia e amarezza nella sua voce.

«Spagnoletti (Coldiretti, N. d. R.) ha parlato addirittura di obbligare i propri associati a effettuare queste pratiche» prosegue. Trattamenti con fitofarmaci che in Europa vengono vietati, come neonicotinoidi e piretroidi, in Puglia da anni sono imposti per legge e incentivati dalle amministrazioni e dalle associazioni di categoria. «Misure che di scientifico e sensato non hanno assolutamente nulla ma che incideranno pesantemente e negativamente sulla salute di tutti quei cittadini che ubbidiranno, di tutti gli agricoltori che si presteranno e anche delle nostre colture — spiega Mastroleo — loro stessi lo ammettono. Le arature, che dovrebbero servire per contrastare il vettore, saranno causa dello sviluppo di funghi patogeni. Insomma ci teniamo la sputacchina, la Xylella e pure i danni delle buone pratiche». Tra questi un disequilibrio generale del suolo e delle piante che porterà nuovi scompensi e ulteriori patologie, la perdita di certificazione per le aziende biologiche, il massacro degli insetti impollinatori, da un lato decimati dall’assenza di sostentamento dovuta alle arature e all’abbattimento di mandorli e ciliegi, dall’altro sterminati dai trattamenti.

Lo chiede l’Europa (o forse no?)

Dall’inizio della vicenda Xylella, come di molte altre vicende nostrane, è martellante il mantra: ce lo chiede l’Europa. Ma è davvero così? «Sempre durante l’incontro Francesco Paolicelli, Consigliere regionale e Presidente della Commissione Sviluppo Economico, ci fa sapere che l’ennesimo piano straordinario per combattere la Xylella, stilato dall’Assessore all’Agricoltura della Regione, Donato Pentassuglia, con l’aiuto delle organizzazioni sindacali, è stato depositato presso l’Unione europea. Per la prima volta sento un esponente della Regione ammettere ciò che in tanti sostengono da tempo: non è l’Europa che decide le misure di contenimento del batterio ma è la Regione che da anni invia all’Europa i piani da attuare che poi, ovviamente, l’Europa chiede di rispettare». Per questo, probabilmente, negli altri Paesi in cui è presente la Xylella come Spagna, Portogallo, Francia, ma anche Toscana etc. le misure messe in atto in Puglia non sono minimamente contemplate.

Così, mentre altrove si convive con il batterio, qui si va a caccia di asintomatici da eliminare. «Hanno detto proprio così: pericolosissimi ulivi, mandorli e ciliegi asintomatici. «C’è un altro problema. Ci sono degli alberi asintomatici. Non si vedono gli effetti della Xylella ma possono contagiare. Ci ha comunicato Paolicelli. Per questo l’auspicio è quello di passare da 200 a 2000 campionamenti al giorno. E così andiamo avanti. Con questi signori che entrano nei nostri terreni senza permesso, danneggiano la proprietà privata, effettuano campionamenti senza possibilità di fare controanalisi, cercano e poi eradicano (molto spesso all’insaputa del proprietario) piante verdi e produttive perché, secondo loro, sono contagiose. Alla faccia della scienza e dell’evidenza!» esclama Francesco.

La comunicazione è fondamentale!

Intanto continuano le promesse di ristori e di finanziamenti. «Promettono, promettono, ma agli agricoltori non arriva nulla. I soldi servono per fare ben altro, tipo il lavaggio del cervello alla gente — precisa Mastroleo —. Lo dicono loro: la comunicazione è fondamentale, ha detto Leoci, si deve fare in fretta… Individuare figure che attraggono l’attenzione, da Zalone, a Banfi… Paolicelli lo ha tranquillizzato dicendo che stanno già provvedendo con Apulia Film Commission… Per fortuna ci sono risorse arrivate dall’Ue. Certo, le risorse che arrivano dell’Europa per l’indottrinamento ci sono sempre. Sono quelle che aiutano realmente l’agricoltura e l’economia del territorio che mancano».

Un territorio che non trova pace e che sta rischiando tantissimo: «Non può esistere la Puglia senza gli ulivi — afferma Francesco — siamo una regione senz’acqua. Questi alberi sono riserve di acqua vitali per tutti noi. Continuare ad abbattere e avvelenare la nostra terra significa creare il deserto. Ambientale, ma anche economico e culturale. Non tra secoli, ma domani. È già qui. Queste pratiche imposte da gente che non ha mai toccato la terra, mai guardato in faccia un ulivo, che non si è mai guadagnata il cibo col sudore della propria fronte… queste pratiche ci stanno uccidendo più di qualsiasi batterio. Sono loro i veri patogeni di tutta questa storia: associazioni di categoria e politici senza coscienza. È tempo che gli agricoltori si sveglino».

Cosa fare?

«Uno: riappropriarsi del proprio fascicolo aziendale, non firmando le deleghe alle varie associazioni di categoria o studi di consulenza. Due: smettere di credere a tutto ciò che ci raccontano sotto il vessillo del ce lo chiede l’Europa o ce lo dice la scienza. Andate a vedere quelli che parlano che interessi hanno, chi c’è dietro, chi li paga. Tre: sorvegliare i propri terreni. E infine — aggiunge — invece di pensare all’elemosina e ai finanziamenti pensiamo a vivere del nostro lavoro. Si può fare. I prodotti di qualità valgono, sono richiesti e hanno mercato. Facciamo rete tra agricoltori e creiamo comunità con i consumatori più consapevoli. Ce ne sono tanti. Non abbiamo altre speranze — conclude Mastroleo —. L’alternativa è lasciarli fare: stare a guardare mentre uccidono i nostri alberi, il nostro lavoro, la nostra terra, senza lasciar nulla né a noi né a chi verrà dopo. È questo quello che vogliamo? Io campo bene grazie a quello che i miei avi mi hanno lasciato: di terra, piante e mestiere. Anch’io voglio lasciar qualcosa alle generazioni future, che dia loro la possibilità di vivere dignitosamente. È un dovere morale lottare per questo».

 

Elena Tioli