Senza le donne non c’è sviluppo sostenibile

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L’agenzia delle Nazioni Unite dedicata a studiare la condizione femminile, ha affermato: «Raggiungere l’uguaglianza di genere non è solo un obiettivo importante in sé e per sé, ma anche un catalizzatore per raggiungere l’Agenda 2030 e un futuro sostenibile per tutti»

Il tema della parità di genere è dibattuto da tempo ma è tornato con forza sotto i riflettori dell’opinione pubblica prima a causa della pandemia (le donne sono state le più colpite rispetto agli uomini) poi sulla scia dei recenti avvenimenti in Afghanistan dove violenze e violazioni dei diritti fondamentali sono state e sono all’ordine del giorno.
Va allo stesso tempo affermato che la modernizzazione del sistema economico del Paese e la transizione verso un’economia sostenibile e digitale necessita di una maggiore attenzione, in generale, verso il tema della formazione, delle competenze e delle politiche attive del lavoro.
È necessario incentivare e stimolare una transizione equa e giusta verso un’economia sostenibile, orientata in modo trasversale alla lotta alle diseguaglianze: in termini di parità di genere, di protezione e valorizzazione dei giovani e di superamento dei divari territoriali.

L’occupazione

Per aumentare il tasso di occupazione è inevitabile che vengano facilitate le transizioni lavorative dotando le persone di formazione adeguata; ridurre il disallineamento (mismatch) di competenze; aumentare quantità e qualità dei programmi di formazione continua degli occupati e dei disoccupati. Si rende , inoltre, necessario incentivare la creazione di impresa femminile e la creazione di un sistema di certificazione della parità di genere.
I dati sono allarmanti se guardiamo ai lavoratori scarsamente qualificati e con un basso livello d’istruzione, i quali hanno tassi di partecipazione ad attività formative più bassi rispetto a quelli istruiti e, per converso, sono invece quelli che hanno maggiormente bisogno di attività di riqualificazione a causa di competenze obsolete, o che a breve lo diventeranno. In risposta a tali criticità, è necessario introdurre un’ampia e integrata riforma delle politiche attive e della formazione professionale.
Tuttavia non può essere ignorata la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, dallo scarso numero delle imprese femminili sul totale, nonché la forbice tra il tasso di occupazione femminile e quello maschile. Non si tratta «solo» di un problema di eguaglianza o di parità di genere, ma anche economico. Infatti, secondo osservatori internazionali come l’Ocse e la Commissione europea, il basso numero di imprese a conduzione femminile e la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro costituiscono fattori limitanti per la crescita della nostra economia e la sua produttività.

La leadership

Va evidenziato che, in relazione ai Paesi del G20, il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro risulta eterogeneo, con il miglior performer (Canada) che è 3,4 volte superiore a quello del Paese meno performante (India).
Ad oggi, solo il Regno Unito e il Giappone hanno raggiunto tale obiettivo e si stima che solo ulteriori sette Paesi ce la possano fare nei tempi prefissati.
Esiste poi un tema di leadership. Le donne leader sono infatti sottorappresentate sia in politica sia nelle imprese.
All’interno delle aziende private esiste ancora «difficoltà» che impediscono l’accesso delle donne a posizioni dirigenziali ma la situazione migliora con riferimento ai posti nei CdA delle quotate grazie a normative in tema adottate da alcuni Paesi (tra cui l’Italia).
Esiste poi un divario salariale anche in termini di retribuzione oraria (circa il 15%) che si estende al numero medio di ore lavorate generando un divario pensionistico mediamente pari al 30% che influenza negativamente l’indipendenza economica delle donne nel lungo termine.
In relazione alle opportunità offerte nel mondo del lavoro, in media solo il 14,3% delle donne nei Paesi del G20 sceglie di laurearsi in discipline tecnico-scientifiche e digitali (Stem). Ridotta risulta inoltre l’alfabetizzazione finanziaria.

Donne e Pil

Circa le motivazioni, sicuramente la resistenza culturale al cambiamento e gli stereotipi consolidati sono alla base dei fenomeni sopra descritti, non solo tra gli uomini ma anche tra le donne.
Va evidenziato, allo stesso tempo, che se la mancata emancipazione femminile e la disuguaglianza di genere è un tema di diritti imprescindibili, esso è centrale per stimolare la crescita. Infatti, secondo alcune stime l’eliminazione del divario salariale e l’aumento del tasso di occupazione femminile fino a eguagliare quello maschile in ciascun Paese G20 potrebbero generare fino a circa 9 trilioni di dollari di Pil in più (+11,9%).
Per apportare un contributo distintivo a questo percorso di evoluzione è necessario dotarsi di una visione di lungo periodo, monitorare i risultati, superare gli stereotipi, cambiare il background culturale, investire sulla formazione, promuovere la genitorialità, investire nelle generazioni future, favorire l’indipendenza economica delle donne, chiudere il divario salariale e, infine, zero tolleranza nei confronti della violenza sia domestica sia sui luoghi di lavoro.
Con riferimento alla condizione della donna, il termine «empowerment femminile» definisce un processo destinato a modificare le relazioni di potere nei diversi contesti del vivere sociale e personale e volto in particolare a fare in modo che le donne siano ascoltate, che le loro conoscenze ed esperienze vengano riconosciute.
Nel 1946 Simone De Beauvoir scriveva: «Donne non si nasce, si diventa». In questa frase è riassunto il senso di ciò che si intende per «empowerment femminile». Nascere donna significa essere inquadrate in presupposti culturali di cui è necessario liberarsi per raggiungere un livello più profondo di consapevolezza, partecipazione, condivisione delle responsabilità. Fino alla tanto agognata uguaglianza di genere, irrealizzabile senza un percorso coraggioso e onesto di liberazione dai ruoli culturali e sociali imposti.
L’agenzia delle Nazioni Unite dedicata a studiare la condizione femminile, ha affermato: «Raggiungere l’uguaglianza di genere non è solo un obiettivo importante in sé e per sé, ma anche un catalizzatore per raggiungere l’Agenda 2030 e un futuro sostenibile per tutti».
Come compiere dunque questo percorso di «empowerment femminile»? Innanzi tutto, per crescere dal punto di vista personale bisogna che le donne acquisiscano consapevolezza delle proprie capacità, ma anche dell’importanza di saper comunicare agli altri ciò che fanno, di argomentare le idee e convincere chi le circonda (colleghi o familiari) a collaborare e sperimentare in prima persona l’autoefficacia e sentimenti di competenza e autonomia: sono questi fattori determinanti per costruire un’esperienza di pensiero positiva, e smuovere quelle dinamiche stagnanti che impediscono il cambiamento.
Si tratta fondamentalmente di imparare a utilizzare al meglio le proprie capacità, risorse, potenzialità, diventando innovative, generative, consapevoli. Già da tempo molte sono le campagne volte a rendere protagoniste quelle donne che possono costituire un modello positivo per le nuove generazioni, anche per la loro capacità di attrarre le ragazze verso le discipline Stem.
Secondo i dati Ocse, soltanto il 5% delle ragazze quindicenni in Italia aspira a professioni tecniche o scientifiche. Si vuole spesso far risalire questa scelta a questioni genetiche, uno stereotipo culturale secondo cui il femminile sarebbe «più portato» verso professioni di cura, empatiche, di assistenza.

 

Francesco Sannicandro, già Dirigente Regione Puglia e Consulente Autorità di Bacino della Puglia