Tutte le difficoltà della transizione energetica

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energia che verrà 43 2008

Aumenterà il costo dell’energia nei prossimi mesi. È urgente por mano ad una nuova governance. Secondo i commissari europei la transizione energetica che ci attende sarà «dannatamente difficile». Ma l’alternativa che il cambiamento climatico ci offre sarebbe ben più costosa e dolorosa

La transizione energetica, oltre a generare svariati benefici ambientali, è un’occasione per creare valore e occupazione. Per realizzare questi obiettivi bisognerà però migliorare l’efficienza della governance, cioè l’insieme di ruoli, regole, procedure e strumenti a livello legislativo, attuativo e di controllo relativi alla gestione della transizione energetica.
I cambiamenti climatici sono la più grande sfida del nostro tempo e dagli anni 90 l’Unione europea gioca un ruolo di primo piano a livello internazionale, adottando politiche ad hoc e fissando obiettivi ambiziosi per ridurre i gas serra, incrementare la quota di energia da fonti rinnovabili nei consumi finali e migliorare l’efficienza energetica.

La riduzione dei gas climalteranti

Negli ultimi due anni, la Commissione europea ha puntato sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra dal 40% ad almeno il 55% entro il 2030. Un traguardo ambizioso che conferma l’obiettivo di porre la decarbonizzazione al centro dell’Europa del futuro.
Gli investimenti nei settori coinvolti nel processo di transizione energetica genererebbero benefici a cascata, sia in Europa sia in Italia con importanti effetti, indiretti e indotti.
L’Europa è la prima al mondo a indicare come intende mettere in atto la sua rivoluzione verde, con una serie di proposte legislative messe nero su bianco. «L’economia dei combustibili fossili ha raggiunto i suoi limiti, è necessario un nuovo modello», ha spiegato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Lo stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035 è una delle novità più importanti. L’obiettivo sarà raggiunto gradualmente e sarà accompagnato dalla riqualificazione energetica degli edifici e del trasporto su gomma.
Le parole della Von der Leyen non hanno però convinto l’industria automobilistica europea, che ha subito replicato a muso duro definendo lo stop ai motori a benzina e diesel nel 2035 «irrazionale». Se i veicoli elettrici diventeranno gli unici sul nuovo mercato europeo, porteranno con sé anche l’incognita dei punti di ricarica che, secondo i costruttori di auto, continuerebbero a essere troppo pochi nel Continente nonostante la spinta prevista da Bruxelles.

Attribuire un prezzo al carbonio

La transizione verde pensata dall’esecutivo comunitario si compone comunque di più tasselli. Attribuire un prezzo al carbonio sarà «il punto centrale che guiderà l’economia», ha spiegato ancora von der Leyen.
Bruxelles, infatti, propone che, accanto agli Enti del Terzo Settore (Ets) ossia alle organizzazioni non commerciali o commerciali che, perseguendo finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, si caratterizzano per lo svolgimento in esclusiva o in via principale di una o più attività di interesse generale e per l’assenza di scopo di lucro, nasca un mercato della CO2 distinto per trasporti su gomma ed edifici: settori in cui gli sforzi per tagliare le emissioni degli ultimi decenni sono stati vani. I proventi del nuovo mercato dovrebbero quindi confluire in un fondo sociale da usare per incentivare l’acquisto di auto a emissioni zero e la riqualificazione energetica degli edifici.
A sostegno della transizione verde interviene anche il fisco, con una tassazione che andrebbe a favorire l’elettricità a discapito delle fonti fossili e una carbon tax che ha lo scopo di tutelare l’industria europea dalla concorrenza di merci a prezzi più competitivi perché provenienti da Paesi con politiche climatiche meno stringenti. Con la speranza di convincere Turchia, Russia e Cina, ma anche gli Usa e il Wto, che non si tratta di una misura protezionistica.
Tutto ciò non fa di certo contenti tutti. Alcune proposte potranno comunque cambiare nel corso dei lunghi negoziati in vista con il Parlamento europeo e gli Stati membri. «Niente di quello che è stato presentato oggi sarà facile» da ottenere, ha ammesso il commissario europeo per l’Ambiente Frans Timmermans, ma «questo è il decennio decisivo».

Chi inquina paga

Per ridurre del 55 per cento la nuova CO2 entro il 2030 la misura forse principale è il potenziamento del mercato delle emissioni. Pare una questione tecnica ma il concetto è semplice: chi inquina di più, paga di più.
Facciamo un esempio: un’azienda molto inquinante nel bilancio vede solo i propri costi economici, come gli stipendi dei dipendenti e il costo del materiale. Ma la sua attività produce anche un costo per l’intera collettività, inquinando l’ambiente. Per far sì che la singola azienda ne tenga conto, l’Ue le impone di pagare un permesso per continuare a inquinare. In modo che interiorizzi il costo sociale che produce.
E c’è dell’altro: quello delle emissioni [europeo ma anche gli altri presenti in tutto il mondo (quello cinese ha appena aperto)] è un vero e proprio mercato, in cui chi inquina meno può vendere i propri permessi ad altre aziende che ne hanno bisogno, guadagnandoci. E così si incentivano i comportamenti virtuosi di chi riduce il proprio impatto.
Cosa cambia con la proposta Ue? Prima di tutto rientreranno nel mercato altri settori oggi esclusi, tra cui quello dei trasporti (aereo, marittimo e su strada) che rappresenta il 23 per cento delle emissioni globali. Il mercato Ets attuale infatti include solo circa il 50 per cento dell’impatto climatico dell’economia europea. È poi destinato ad aumentare il prezzo dei permessi, già oggi a livelli record, a causa della riduzione della quantità disponibile.

Energia più cara

L’impatto sulle nostre vite sarebbe importante. Aumentare i costi di produzione di tutto ciò che compriamo ogni giorno incrementerà ovviamente le nostre spese.
A partire dall’energia: nei prossimi tre mesi la bolletta di luce e gas sarà più costosa, di quasi il 10 per cento per l’elettricità e del 15,3 per il gas, in media per chi è ancora nel mercato tutelato. Un forte aumento, uno dei più elevati degli ultimi anni, che provocherà il sorpasso del costo di luce e gas rispetto al pre-pandemia durante la quale i prezzi erano calati di molto.
Ma il fatto interessante è capire la causa dell’aumento, anche perché potrebbe non trattarsi di un fenomeno passeggero.

Solitamente eravamo abituati a dover sborsare di più per l’energia nei momenti di picco del prezzo delle fonti energetiche. Vale a dire soprattutto gas e petrolio, che in effetti sono ai massimi da anni per gli effetti della repentina ripresa economica globale. Il petrolio è ai massimi dal 2018, mentre il gas naturale in Europa ha toccato i picchi degli ultimi dodici anni. Per questo l’Unione europea vuole destinare almeno 70 miliardi a compensare i costi sociali della transizione. La riforma rimescolerebbe le carte anche tra i settori economici: a mano a mano le industrie europee più inquinanti potrebbero scomparire per delocalizzare in stati meno costosi, causando perdite di posti di lavoro, con la speranza di crearne di nuovi grazie alla green economy, che è il perno del Recovery Fund.

Una transizione difficile

Per affrontare il rischio di delocalizzazioni l’Europa vuole anche introdurre dazi al commercio di prodotti extra-Ue che vengono prodotti secondo standard ambientali inferiori. Secondo i commissari europei la transizione energetica che ci attende sarà «dannatamente difficile». Ma l’alternativa che il cambiamento climatico ci offre sarebbe ben più costosa e dolorosa.
In Germania, dopo giorni di piogge ininterrotte il bollettino è stato catastrofico. L’alluvione ha colpito in particolare la zona ovest del Paese, nelle regioni del Nord Reno (Vestfalia e Renania) Palatinato. Qui tanti corsi d’acqua di varie dimensioni sono esondati liberando grandi masse di pioggia che hanno invaso e distrutto tutto nelle vicinanze. L’acqua ha allagato gli scantinati e i primi piani degli edifici ma ha anche demolito decine di case. Una frana in Vestfalia ha trascinato alcune case e auto, provocando la morte di un numero imprecisato di persone. «È una tragedia — ha detto la cancelliera Angela Merkel —. Sono ore in cui parlare di una forte pioggia e di alluvione descrive la situazione in modo insufficiente. È davvero una catastrofe — ha insistito —. Sono sconvolta dalle notizie che mi arrivano da posti sommersi dall’acqua, dove persone in grande emergenza si salvano o vengono salvate. Sarà fatto ogni sforzo per ritrovare i dispersi», ha aggiunto.
È quindi necessario un rapido cambio di rotta, in grado di mettere l’Europa nelle condizioni di realizzare gli investimenti necessari a recuperare il ritardo accumulato negli anni ed accelerare la creazione di valore economico.
È giunto, senza tema di smentite, il momento per l’Europa di mettere rapidamente in atto la transizione energetica, di cogliere l’opportunità di rivoluzionare la percezione e le modalità di gestione dell’intero comparto energetico.
Per poter sbloccare gli investimenti necessari è essenziale superare gli attuali ostacoli della governance della transizione energetica.
È di tutta evidenza che bisogna fare i conti con tre questioni principali: l’energia è una competenza concorrente fra gli Stati membri e l’Ue, c’è una crescente esigenza di implementare un nuovo sistema di soggetti soprattutto pubblici (polizia, organi giurisdizionali e amministrativi), volto ad assicurare il rispetto delle norme ed è necessario rafforzare il nuovo meccanismo di gestione degli obiettivi green.
In Italia, l’efficacia della governance della transizione energetica è limitata da quattro fattori:

  • la frammentazione delle responsabilità tra i vari soggetti, individui od organizzazioni, il cui interesse è negativamente o positivamente influenzato dal risultato dell’esecuzione, o dall’andamento, dell’iniziativa e la cui azione o reazione a sua volta influenza le fasi a diversi livelli;
  • la non uniformità delle norme locali e dell’applicazione a livello locale delle norme nazionali;
  • un debole coinvolgimento e impegno delle istituzioni e delle comunità locali che erode l’accettabilità sociale;
  • le inefficienze legate al ruolo degli enti pubblici tecnico-amministrativi e la frammentazione della formulazione delle politiche settoriali.

 

Per superare le sfide appena evidenziate, vanno messe a fuoco alcune proposte, suddivise in base alla rispettiva sfera d’azione: europea (nelle sue due dimensioni interna ed esterna) e italiana.
Per quanto riguarda la dimensione europea interna si propone di rafforzare la cooperazione nella governance della transizione energetica, riconoscendo ufficialmente il suo ruolo critico e di adottare un approccio regionale per favorire l’integrazione dei mercati europei; per quanto riguarda la dimensione esterna dell’Unione Europea, sarebbe opportuno incoraggiare a livello internazionale il Meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera (Cbam, dall’inglese Carbon Border Adjustment Mechanism) e di promuovere meccanismi più efficaci per assicurare che i contributi determinati a livello nazionale (Ndc, Nationally Determined Contributions) siano coerenti con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Infine per quanto riguarda la sfera d’azione italiana si propone di semplificare le procedure di autorizzazione per gli impianti a fonte rinnovabile e promuovere interventi in favore dell’efficienza energetica, di creare un meccanismo di interazione omogeneo e standardizzato tra le autorità locali da un lato e i distributori di elettricità e i gestori dei punti di ricarica dall’altro per favorire lo sviluppo dell’infrastruttura di ricarica, e infine di promuovere la piena integrazione di distretti industriali e cluster di imprese a livello locale, di ecosistemi di innovazione e di comunità energetiche con la rete di distribuzione nazionale.

 

Francesco Sannicandro, già Dirigente Regione Puglia e Consulente Autorità di Bacino della Puglia