Clima, passare la mano a giovani e donne

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Fallimentare il bilancio dell’attuale classe dirigente. Ha poco senso regalare borracce agli studenti se poi si insegue il business. È in questo senso che gli adulti dovrebbero appoggiare i giovani nella loro lotta, aiutandoli a smascherare quelle cattive pratiche che si nascondono dietro ad apparenti dichiarazioni di sostegno. È ora di dare ai giovani e alle donne la leadership climatica. Spetta a loro decidere per il loro futuro

Il mondo ospita quasi 2 miliardi di giovani, con età compresa tra 10 e 24 anni, che si trovano in una posizione critica rispetto al cambiamento climatico incalzante: sono quelli che dovranno convivere più a lungo con gli effetti del riscaldamento globale, affrontando grandi sfide e rischi insidiosi. Attualmente, però, detengono il minor potere decisionale e le loro voci sono spesso escluse dal dibattito politico.
Occorre, perciò, includere in modo più incisivo i giovani nei processi decisionali che riguardano il loro stesso futuro: le piazze e i cartelloni non bastano più e i giovani di tutto il mondo pretendono una posizione e vogliono partecipare a quei tavoli dove si decide il destino del mondo.
I giovani stanno dimostrando di non voler essere solo le vittime del cambiamento climatico, ma anche validi collaboratori per costruire e portare avanti le azioni per il clima.
Sono agenti di cambiamento, sono innovatori e spingeranno i decisori ad agire concretamente per implementare uno sviluppo che sia davvero sostenibile. Spetterà a loro confrontarsi su: ambizione climatica, ripresa sostenibile dopo la pandemia, coinvolgimento degli attori non statali e su una società più consapevole delle sfide climatiche.
Nel 2015 venne inserito nell’Accordo di Parigi il «Principio di equità intergenerazionale» grazie alla sponda dell’allora ministro Gian Luca Galletti.
L’Equità Intergenerazionale è quel principio secondo cui il Pianeta debba essere consegnato alle generazioni future in condizioni non peggiori rispetto a quelle in cui è stato ereditato.
Questo principio rinviene da un antico proverbio degli Amerindi (popolazioni indigene dell’America Settentrionale): «la Terra non è una eredità ricevuta dai nostri padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli» e vuole imporre come impegno concreto quello che dovrebbe essere il nostro più profondo atto di amore: essere adulti con a cuore, innanzitutto, la salute e il futuro dei propri giovani.
I giovani italiani stanno diventando sempre più attivi: negli ultimi anni è cresciuto il loro impegno e la loro determinazione è coinvolgente. Nonostante la pandemia abbia portato loro via i luoghi di incontro e di discussione dal vivo, sono stati resilienti e hanno dimostrato la capacità di organizzarsi online, di fare pressione attraverso canali non convenzionali, di agire anche negli spazi virtuali. Oggi, consapevoli dell’urgenza di agire concretamente, con un’esperienza alle spalle (quella dell’emergenza sanitaria) che ha insegnato molto sul valore della responsabilità, sull’importanza di una buona comunicazione, e sulla necessità di costruire il futuro con strategia, appoggiandosi alla scienza, sono pronti a tornare sul campo.
I giovani vogliono partecipare ai processi decisionali, non per alimentare uno scontro generazionale, perché sanno bene che non è questa la battaglia.
Quello che occorre è un’attività di formazione e aggiornamento sui cambiamenti climatici presso le scuole secondarie di primo e secondo grado; approfondire aspetti specifici, su negoziati internazionali, energia, salute, diritti umani, gestione dei rifiuti, ecc.
Cercano di coinvolgere i loro coetanei creando momenti di incontro reali e virtuali, anche tramite l’uso dei canali social.
Di sicuro, comunque, saranno le donne a salvare il Pianeta. Sono loro a rivendicare una maggiore leadership climatica. Un vero e proprio cambiamento sistemico che metta al centro il ruolo delle donne già nei prossimi negoziati.

Donne in prima linea

All’inizio fu Greta Thunberg. Era il 20 agosto del 2018 quando una biondina svedese di quindici anni, si sedette davanti al palazzo del Parlamento di Stoccolma per manifestare contro il climate change.
Fu l’inizio di una protesta mondiale che scosse in profondità i nervi della Vecchia Europa, incurante della salute del Globo. A distanza di due anni, Greta (con il Green Deal dell’Ue approvato e illustrato in sua presenza a Bruxelles) è solo una delle tantissime donne che si battono per salvaguardare il futuro del Pianeta.
Assieme a lei una pattuglia di attiviste, scienziate, politiche, giornaliste, attrici e top model che chiedono a gran voce azioni e interventi immediati. Donne forti, sensibili, impegnate. Donne destinate a costruire nuovi modelli di dialogo, a smuovere coscienze, a diffondere tutte insieme una nuova cultura della Terra.
Dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, alla finlandese Krista Johanna Mikkonen, dalle indiane Vandana Shiva e Rachida Bee a Gisele Bündchen.
«Voglio che l’Europa diventi il primo continente a zero emissioni entro il 2050» ha dichiarato pochi mesi fa Ursula von der Leyen, prima donna a ricoprire la carica di presidente della Commissione europea. Lo sforzo richiesto dalla ex ministra tedesca della Difesa, fedelissima di Angela Merkel, è sintetizzato nella tabella di marcia imposta agli Stati dell’Unione che, seppur coi tempi lenti della burocrazia, hanno assunto l’impegno di trasformare «i problemi ambientali e climatici in opportunità, stimolando l’uso efficiente delle risorse». Un tocco tutto femminile. Lady Ursula non è sola: al suo fianco Christa Johanna Mikkonen, la ministra finlandese dell’Ambiente convinta sostenitrice della causa ambientalista: «Le azioni ambiziose sul clima non sono più un’opzione ma un obbligo», ha affermato lo scorso anno a Helsinki davanti ai ministri per l’Ambiente e il Clima giunti da tutta Europa.
Rimettere al centro la Terra, bloccare l’economia basata sullo sfruttamento delle risorse, disincentivare l’agricoltura intensiva, combattere l’inquinamento.
Ecco la lista delle cose da fare per le potenti signore d’Europa. Se i governi del Vecchio Mondo perseguono nella direzione di diventare società a neutralità climatica nel giro di pochi decenni, in altre parti del globo intere comunità di donne si organizzano per rivendicare la salute delle aree in cui vivono.
In India, ad esempio, Rashida Bee, Premio Goldman nel 2004 (l’equivalente del Nobel per l’Ambiente), è una coraggiosissima attivista sopravvissuta alla tragedia di Bhopal dove nella notte del 2 dicembre 1984, una nube di gas tossici fuoriuscì dall’impianto di pesticidi della Union Carbide Corporation, provocando 30mila vittime e il più grande disastro chimico della storia.
Cinque anni dopo, Rashida, insieme all’attivista Champa Devi Shukla, si mise a capo di una straordinaria marcia di protesta, dando il via di fatto al primo sindacato femminile indiano, un organismo costituito da donne poverissime, sfruttate e sottopagate.
Dall’India arriva anche Vandana Shiva, una delle figure più note nella lotta agli organismi geneticamente modificati, chiamata nel settembre scorso dal ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti come consulente del Miur sulla didattica scolastica a impronta fortemente ecologista.
«Restituiamo un ruolo centrale alle donne nell’agricoltura (è il mantra della militante ambientalista). Le donne possono e devono essere il motore del cambiamento, perché nelle campagne dei Paesi in via di sviluppo è a loro che spetta la preparazione e la trasformazione di semi in cibo».
Figlia di una maestra di scuola diventata contadina dopo la sanguinosa guerra tra India e Pakistan nel 1947, Shiva considera la figura femminile come presenza fondamentale di congiunzione tra terra e consumo.
Una presenza sui campi considerata strategica non solo nei Paesi asiatici: il trend delle nuove imprese agricole gestite da donne è in aumento anche in Italia. Secondo i dati della Cia (la Confederazione italiana agricoltori) nel nostro Paese sono state censite 200mila imprese agricole condotte da donne, mentre l’universo femminile rappresenta ormai il 40 per cento della forza lavoro in agricoltura.
E tra le donne impegnate a ridare un nuovo look al volto del Pianeta, non è possibile tralasciare la figura di Wangari Maathai, biologa keniota e prima donna africana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 2004 grazie «al suo contributo per la causa dello sviluppo sostenibile».
Nel 1976, Wangari diede vita al Green Belt Movement, organizzazione che combatte il consumo di suolo forestale, proponendosi di coinvolgere le donne africane in progetti di piantumazione degli alberi.
Sotto la guida di Wangari, si calcola che fino al 2000 siano stati messi a dimora oltre 30 milioni di alberi, con migliaia di donne impegnate nella cura di boschi e vivai.
C’è poi la nostra connazionale Astrosamantha, all’anagrafe Samantha Cristoforetti che già nel 2015 lanciava dalla stazione spaziale il suo appello a combattere il surriscaldamento globale.
Se la tutela dell’ambiente va espandendosi e tingendosi di rosa, lo dobbiamo anche a una pattuglia di attrici, modelle, scrittrici e giornaliste, potenti influencer dei tempi moderni che grazie a un sapiente uso dei social riescono a ben amplificare i loro messaggi.
Se vogliamo cambiare le cose, tutti ci dobbiamo impegnare. È essenziale che smettiamo di parlare e di pensare da consumatori.
Ha poco senso regalare borracce agli studenti se poi si insegue il business. È in questo senso che gli adulti dovrebbero appoggiare i giovani nella loro lotta, aiutandoli a smascherare quelle cattive pratiche che si nascondono dietro ad apparenti dichiarazioni di sostegno. Il dialogo con le istituzioni è fondamentale.

Una cosa comunque è certa: è ora di dare ai giovani e alle donne la leadership climatica. Spetta a loro decidere per il loro futuro.

 

Francesco Sannicandro, già Dirigente Regione Puglia e Consulente Autorità di Bacino della Puglia