Fare e disfare la realtà: la tv uno strumento non neutrale

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È passato mezzo secolo da quando la televisione ha cominciato in Italia il suo cammino dirompente e, nonostante tante cose scritte e discusse, ancora non sono chiare a tutti le conseguenze che questo nuovo terribile medium ha portato e continua a portare non solo nella vita associata ma anche nei nostri personali modi di comportarci e di pensare; anche, forse, nei nostri meccanismi logici e biologici.

Le grandi innovazioni tecniche suscitano esperienze nuove, spesso subliminali, non sempre omologate dalla nostra coscienza. Ecco perché di questo grande processo di trasformazione (dove gli effetti della televisione si sommano a quelli dell’elettronica e di Internet) non sempre o non completamente ci rendiamo conto. È oltretutto un processo di cui ognuno di noi non è spettatore ma protagonista.
Facendo un piccolo excursus storico, la televisione italiana, intesa come servizio pubblico, fin dai suoi albori è sempre stata al servizio del partito di maggioranza del Governo.
Il sistema raggiunse una gerarchia perfetta verso la fine degli anni Ottanta, quando la stessa azienda di stato pubblicò i nomi dei direttori di riferimento dei tre telegiornali di riferimento, con le rispettive sigle politiche dei partiti ai quali appartenevano, creando di fatto una netta divisione istituzionale.
L’evoluzione del quadro politico-televisivo italiano troverà la sua massima espressione a metà degli anni Novanta, quando Silvio Berlusconi, dopo aver fondato le tre reti del gruppo Fininvest, Canale 5, Italia 1 e Rete 4, rispettivamente nel 1980, 1982 e 1984, decise di scendere in politica.
L’impatto sulla sfera informativa intesa come strumento comunicativo di massa fu sensazionale.
Il cavaliere utilizzò quello che aveva creato nei primi quindici anni di attività in ambito giornalistico, trasformandolo in un veicolo di propaganda per promuovere la sua campagna elettorale. Basti pensare che il suo primo «scendere in campo» (facendo chiaro riferimento ad un linguaggio calcistico, grande passione di Silvio Berlusconi, tra l’altro proprietario fino al 2017 della squadra di calcio AC Milan) ai cittadini italiani fu mandato in onda in un messaggio a reti unificate a tutta la nazione.
Uno slogan che gli valse una prima schiacciante vittoria alle elezioni del 1994.
Dagli albori di questo intreccio televisione-politica lo strumento tecnologico si è evoluto, i canali si sono moltiplicati, ma l’utilizzo è rimasto pressoché immutato.
Mi chiedo: c’è un modo per garantire che informazione dei telegiornali e interventi dei personaggi della politica vengano gestiti in maniera imparziale? Ai posteri lascio l’onere della risposta!

Francesco Sannicandro