Amore sconfinato e furia selvaggia

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Non so bene perché, ma c’è qualcosa nell’orso che induce ad amarlo» scriveva il celebre romanziere James Oliver Curwood oltre un secolo fa… Ma le ragioni profonde di quest’attrazione si celano nel cuore stesso dell’uomo che sappia ascoltare i molteplici, profondi richiami della Natura: e chi ha vissuto lungamente accanto ai grossi plantigradi, pacifici d’indole ma strenui combattenti per necessità, lo sa bene. Proviamo un poco a scoprirle.
Forse a delineare meglio il carattere speciale dell’orso non è stato un biologo specializzato, ma uno storico umanista dall’ampia visione come Franco Cardini: «L’Orso è forse l’animale rispetto al quale l’uomo avverte maggiormente la sua posizione contraddittoria nei confronti del mondo animale ? scriveva nel 1986 ? una duplice apparenza di energia guerriera e d’affetto fraterno»… E continuava: «L’orso è feroce, eppure è simpatico: e nelle sue movenze ricorda spesso l’uomo». Tutto vero, verissimo: ma c’è persino di più. Perché quell’orso talvolta allegro e curioso, talaltra burbero e pronto a scatenarsi, rappresenta in realtà lo «specchio» dell’uomo stesso; capace di esprimere qualità eccelse e armonie superiori, ma anche di perdere la calma ed aggredire l’avversario in un delirio di furia incontenibile.
Una differenza sostanziale tuttavia resta, e l’osservazione più attenta della vita del plantigrado ce la conferma senza margini di dubbio. Un orso può difendere duramente il proprio territorio, il proprio cibo e magari la tana: e ancor più selvaggiamente, mamma orsa è pronta ad affrontare qualsiasi nemico pur di proteggere i propri cuccioli inermi, distratti e un po’ pazzerelloni. Tuttavia non va oltre, e ben consapevole dei propri limiti e del proprio ruolo, non compie «delitti gratuiti» né attenta mai all’equilibrio della natura. Perché sa, intende e ricorda, e porta scolpito nello stesso patrimonio genetico, che è proprio dalla natura che la sua vita stessa, e quella della sua prole dipendono. Una verità molto semplice, che l’intelligentissimo Homo sapiens sembra però stenti parecchio ad accettare.
L’aveva perfettamente intuita la scrittrice svedese Selma Lagerlof all’inizio del secolo scorso, allorché nel suo famoso romanzo «Viaggio meraviglioso di Nils Holgerssons attraverso la Svezia» affermava sconsolatamente per bocca di mamma orsa: «Non resta più una sola tana d’orso in tutta la foresta… Credo che gli uomini vogliano restare soli sulla terra!», concludendo poi: «Allora, anche se non ci si nutre che di fragola, di formiche e di vegetali, non si ha più neppure il diritto di vivere nella foresta».
Quando l’uomo comprenderà il male che sta facendo alla natura, e quindi anche a se stesso, sarà forse troppo tardi. E il nostro Paese, che nei sondaggi figura spesso come il più desideroso di proteggere l’ambiente, con un Parco d’Abruzzo e il suo Orso marsicano in cima ai pensieri di tutti, non è certo da meno. Vorrebbe atteggiarsi ad arcangelo, intrepido difensore delle creature minacciate, ma è invisibile nei fatti, perché si impegna solo in diluvi di parole. Ambirebbe attrarre visitatori ed ospiti d’alto profilo, ma poi ha orecchio soltanto alle chiacchiere di basso livello, e svende senza esitazione il patrimonio più prezioso. Per puntare


all’ecosviluppo e all’ecoturismo più sani, non basta qualche spot pubblicitario. Servirebbero idee, ispirazione e coraggio; occorre apertura culturale, coerenza e forte capacità di rompere certi schemi retrivi, che tutto soffocano e fanno languire. Basterebbe un fremito di vento, un’onda nascente capace di crescere e scatenarsi contro gli oltraggi alla natura, per sconvolgere ogni ostacolo e trascinar via tutte le brutture, facendo aprire gli occhi allo splendore che fiorisce ancora attorno a noi. Ma per ora ben poco sembra muoversi, la calma piatta domina fino all’orizzonte, e non si scorgono molti segni concreti di speranza per l’orso né per gli altri animali, nostri sfortunati compagni di viaggio.
La saggezza e il realismo restano scolpiti nelle parole del vecchio capo pellerossa Dan George, affezionato alla propria terra e legato al passato della sua gente: «Oggi lo spirito del grande orso è scomparso da gran parte della nostra terra, ma al tempo dei nostri nonni aleggiava dovunque, e tutti lo rispettavano perché più forte e potente di ogni valoroso guerriero. Qui, dove vive ancora, lo spirito del grande orso riempie la terra… Io prego nel mio cuore per il suo futuro».
Ma c’è ancora qualcuno che vorrà ascoltare questa dolorosa preghiera, che è anche un cantico di speranza per l’avvenire di tutti gli esseri viventi?