Con «Bosco Fiore» s’impara facendo

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֎Originale iniziativa a Mariotto, in provincia di Bari grazie all’associazione Naumanni. Il 14 aprile verrà presentato il progetto «Bosco Fiore» e il luogo che l’ospiterà. Si tratta di progettare in permacultura un bosco mediterraneo, coinvolgendo famiglie, scuole, amanti dell’ecologia della natura e di chi vorrà mettere le «mani in terra»֎

Perché la Pubblica amministrazione arranca

Tempo di lettura: 4 minuti Si spreca capitale umano e formazione ֎Non si tratta di introdurre un diritto in capo al lavoratore al prolungamento dell’età lavorativa, ma di dare al datore di lavoro, nell’attesa di […]

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Spazi verdi e blu per promuovere benessere

Tempo di lettura: 2 minuti ֎L’obiettivo generale del progetto è quello di promuovere iniziative di studio, ricerca, formazione e comunicazione per implementare le politiche per la pianificazione, manutenzione, gestione delle aree verdi e blu urbane֎

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Stiamo diventando «un mondo a parte»

Tempo di lettura: 2 minuti ֎Tremila Comuni, in Italia, sono a rischio desertificazione. Dove non si produce ricchezza la gente non può più vivere, allora lo Stato smantella servizi ritenuti «inutilmente costosi» come ospedali, punti […]

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Fare e disfare la realtà: il Superbonus

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Il Superbonus è stato il prodotto di una disposizione morale ampiamente condivisa dalla classe politica italiana, e non da oggi: pensare che i problemi di domani non siano un problema di quelli di oggi.

La sanità è un diritto

Tempo di lettura: 2 minuti ֎Molto si può e si deve fare sul piano organizzativo, ma la vera emergenza è adeguare il finanziamento del Ssn agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del Pil), ed […]

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Climate quitting: di cosa si tratta?

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(Adnkronos) – Forse vi sarà capitato di sentir parlare di climate quitting o forse no, in ogni caso cerchiamo di inquadrare un fenomeno in decisa crescita, che ha molto a che fare con l’impegno delle aziende nella sostenibilità e che evidenzia come i temi ambientali siano diventati prioritari per molti di noi.

Fare e disfare la realtà: salario minimo dibattito zero

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La direttiva dell’Unione europea adottata dal Consiglio il 4 ottobre 2022, finalizzata a garantire minimi salariali adeguati, ha riacceso il dibattito relativo alla necessità di introdurre un salario minimo fissato per legge anche nel nostro paese. Insieme a Svezia, Danimarca, Finlandia, Austria e Cipro, infatti, l’Italia è ad oggi uno dei sei paesi europei che non prevede un salario minimo.

Fare e disfare la realtà: serve più funzione sociale dell’impresa

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La politica gode di un discredito massiccio, ma è da quando ho vent’anni che sento parlare di qualunquismo, di indifferenza, di rassegnazione.

La «carica» dei giovani laureati

Tempo di lettura: 4 minuti ֎Il lavoro femminile è stato il maggiore beneficiario in questo contesto. Già quindici anni fa, a fine 2008, tra gli occupati con un titolo universitario le donne superavano gli uomini, […]

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Guerre senza fine, l’Africa più martoriata

Tempo di lettura: 2 minuti Non solo Gaza e Ucraina ֎In Sudan e nell’est del Congo, nell’indifferenza generale, si consumano crisi umanitarie di portata mai vista, con oltre 17 milioni di sfollati e rifugiati (per […]

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Fare e disfare la realtà: la violenza giovanile

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La violenza giovanile è diventato un crescente disagio sociale che richiede una risposta immediata e accurata.

Il 78% della generazione Alpha è preoccupato per l’ambiente

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(Adnkronos) – In Italia, il 78% dei ragazzi si dice preoccupato per l’ambiente e il 76% vuole contribuire attivamente nella costruzione di una società più equa e sostenibile per tutti.

Fare e disfare la realtà: «non mi sento italiano»

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Nel risentire casualmente la canzone di Giorgio Gaber «Io non mi sento italiano» scritta nel 2002, ben venti anni fa, mi sono reso conto di quanto i suoi versi siano ancora attuali, di quanto la dicono tutta sull’Italia di ieri, di oggi e chissà anche di domani, se neanche con la scossa dei fondi europei riusciamo a cambiarla.

Ebbene sì, ancora oggi molti di noi non si sentono italiani, perché sono anni che il Paese è gestito da politici e burocrati che pensano solo alle poltrone e a complicare la vita degli italiani. Una classe politica e dirigenziale che non sa prendere decisioni, che si becca come in un pollaio, con le elezioni come unico pensiero e obiettivo…e non si intravede che ciò abbia termine… lo si può solo sperare!
Nel testo della canzone ci sono le parole «per fortuna o purtroppo lo sono»: in esse c’è tutta l’Italia.
Per fortuna, in questo Paese, c’è la bellezza del clima, del mare e dei monti, del sole e delle scogliere. C’è la bellezza dell’arte che ti lascia a bocca aperta. Dal Romano al Rinascimento, dal Barocco al Neorealismo.
Per fortuna c’è l’orgoglio di essere, nonostante tutto, italiani nella moda, nell’artigianato, nell’arte di arrangiarsi e nella creatività degli italiani.
Ma nel «purtroppo lo sono» c’è invece la disperazione di non vedere mai l’uscita del tunnel, di pagare delle tasse elevate per poi ricevere dei servizi scadenti, di vedere scappare all’estero i migliori cervelli. Di vedere l’Alta Velocità che si ferma a Salerno. La banda larga ultraveloce che diventa un lusso per pochi invece che un servizio per tutti, anche per chi non vive nelle grandi città. La didattica a distanza ha messo a nudo il problema.
Gaber attacca politici e parlamentari, la vera zavorra di un Paese che non cresce e che paga le loro incompetenze. «Ma questo nostro Stato che voi rappresentate mi sembra un po’ sfasciato. È anche troppo chiaro agli occhi della gente che tutto è calcolato e non funziona niente… Persino in parlamento c’è un’aria incandescente, si scannano su tutto e poi non cambia niente… il grido “Italia, Italia” c’è solo alle partite». Tralascia, a mio avviso, un dato di fatto: tutto questo consegue alla indifferenza, alla mancata partecipazione degli italiani alla vita politica… siamo noi, nel bene o nel male, che li votiamo.
Per concludere: attualissima mi sembra la frase «Abbiam fatto l’Europa, facciamo anche l’Italia», che si potrebbe tradurre come una invocazione al governo, all’opposizione, alle task force e alle Regioni a sfruttare al massimo i soldi del Next Generation Eu. In modo da poter finalmente dire: Io mi sento italiano.

 

Francesco Sannicandro

In attesa dell’AI sostenibile

Tempo di lettura: 4 minuti ֎L’innovazione responsabile è un impegno che deve essere portato avanti anche dalle aziende private e dai professionisti del settore, consapevoli che è necessario affrontare, ora, dilemmi etici e tensioni che […]

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Fare e disfare la realtà: Netanyahu non è il popolo ebraico

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A Napoli è stato negato il diritto di parola a Maurizio Molinari, in quanto ebreo. Un episodio che è l’immagine di un Paese in cui l’antisemitismo serpeggia ovunque, anche dove meno te l’aspetteresti.
È incredibile ma in Italia nel 2024 è partita la caccia ai «sionisti». I sostenitori dello Stato di Israele, ebrei e non ebrei, ma soprattutto ebrei, da un po’ di tempo fanno fatica a parlare in pubblico. I nuovi untorelli, questi gruppetti di proPal, provocano, intimidiscono, tentano di tappargli la bocca: ormai succede troppo spesso ed è indegno di un Paese democratico. Ultimo episodio squadristico all’Università Federico II a Napoli, dove il direttore di «Repubblica» Maurizio Molinari avrebbe dovuto presentare il suo libro «Mediterraneo conteso» ma un gruppo di studenti dei collettivi con le bandiere palestinesi ha cominciato a urlare per impedire il dibattito. E lo ha impedito. Anche perché Molinari, che pure aveva tentato di stabilire un dialogo, ha deciso di chiudere per evitare guai peggiori. Dopo i fatti, Molinari ha commentato: «Bisogna sempre essere pronti al dialogo, nel rispetto per il prossimo».
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha telefonato a Molinari (tra l’altro direttore di un giornale sul quale scrive da Gaza un palestinese, Sami al-Ajrami) per esprimere la sua solidarietà mentre in una nota ha scritto che «quel che vi è da bandire dalle Università è l’intolleranza, perché con l’Università è incompatibile chi pretende di imporre le proprie idee impedendo che possa manifestarle chi la pensa diversamente».
Lo Stato deve consentire ai sostenitori di Israele di poter parlare. Non siamo nel 1938, ma nemmeno nel 1977, quando i violenti non facevano intervenire i democratici.
Da mesi nei cortei studenteschi «From the river to the sea» riecheggia come un selvaggio grido antisemita. Si confonde, per ignoranza ma più spesso per malafede, il governo Netanyahu con il popolo ebraico. E dunque non siamo alla Notte dei cristalli ma è comunque intolleranza verso il «sionista», un termine di cui questi giovanotti non conoscono il senso né la storia.
C’è dunque una grande battaglia politico-culturale da ingaggiare. Contro gli estremisti in primo luogo. Ma anche a sinistra. Sempre sul sionismo, è perfetto ciò che è contenuto nel manifesto di Sinistra per Israele, che ha finora raccolto mille firme: «Il sionismo è stato il legittimo movimento di liberazione nazionale e sociale del popolo ebraico e in esso sono vissuti e tuttora vivono i valori di uguaglianza, giustizia, liberazione umana della sinistra democratica e del progressismo. Soltanto la conoscenza delle radici di Israele può arginare i pregiudizi anti-sionisti e anti-israeliani che albergano nella società italiana, anche a sinistra e nel campo progressista, e che si manifestano attraverso forme antiche e nuove di delegittimazione, di ostilità, quando non di aperto antisemitismo». La battaglia continua ed è facile prevedere che sarà dura e non breve.

 

Francesco Sannicandro

Acqua per la pace

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֎In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, ci si deve unire tutti attorno all’acqua e usarla per la pace, gettando le basi di un domani più stabile e prospero֎

Fare e disfare la realtà: Attenzione all’intelligenza artificiale

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Il Parlamento europeo ha approvato l’AI Act, la legge che regolamenterà l’Intelligenza Artificiale nell’Unione europea, prima al mondo nel suo genere.
Il testo però, non verrà promulgato prima di maggio 2024, dato che dovrà essere tradotto in 24 lingue e le necessarie correzioni per adattarlo alle normative nazionali richiederanno un ulteriore voto del Parlamento, previsto per metà aprile, e il via libera del Consiglio dell’Unione europea.
Sebbene fosse fondamentale regolamentare la materia per preservare i diritti fondamentali e la dignità delle persone, non si può essere soddisfatti, a mio avviso, del risultato finale.
Il testo, infatti, non vieta completamente l’utilizzo di sistemi di riconoscimento biometrico negli spazi pubblici, come previsto dalle bozze. Sono state aggiunte eccezioni che consentiranno alle forze dell’ordine di utilizzare sistemi per il riconoscimento facciale (in tempo reale o a posteriori), previa autorizzazione, per una gamma di reati molto ampia.
Il Regolamento ha riposto, infine, particolare attenzione alla tutela dei diritti fondamentali delle persone fisiche, imponendo a istituzioni pubbliche e organizzazioni private che offrono servizi alla collettività (come ad esempio istruzione, assistenza sanitaria, strutture ricettive, servizi sociali e enti che operano nell’assicurazione sulla vita e sulla salute) l’obbligo di effettuare una valutazione dell’impatto sui diritti fondamentali prima di implementare il sistema di intelligenza artificiale ad alto rischio.
Questa valutazione richiede a tali enti di elencare i rischi, le misure di supervisione, le misure di mitigazione del rischio, le categorie di persone fisiche interessate, la frequenza prevista di utilizzo e i processi per i quali il sistema sarà utilizzato.
Nell’insieme la mia visione sull’intelligenza artificiale è abbastanza ottimistica. Si sta sviluppando come mezzo, sta portando cose buone in termini di previsioni ma bisogna fare attenzione agli aspetti negativi. Essa, ad esempio, può essere utilizzata per propagare disinformazione in modo personalizzata sulla base di interessi particolari. Questo chiaramente è molto preoccupante e penso, ad esempio, alle elezioni dell’anno prossimo in Usa, ma questo vale per tutti i Paesi del mondo.

 

Francesco Sannicandro

«Transizione green può costare 1/3 della produttività delle imprese», l’allarme della Bce

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(Adnkronos) – La transizione energetica può costare circa 1/3 la produttività delle imprese più inquinanti nei prossimi 5 anni. Solo nel lungo periodo, la produttività tornerebbe a crescere, superando persino quella attuale.

Questo è il rapporto in chiaroscuro della Bce poche settimane dopo che la Commissione europea ha svelato i suoi nuovi target di riduzione delle emissioni al 2040: dovranno essere il 90% in meno rispetto ai valori di riferimento del 1990, prima di arrivare all’azzeramento entro il 2050. L’obiettivo, ampiamente dichiarato, è far diventare l’Europa il primo continente climaticamente neutro al mondo, anche se il nuovo target è contenuto in una comunicazione di orientamento e non in un vero e proprio provvedimento normativo.  Dopo le elezioni di giugno, si vedrà se questo obiettivo sarà messo nero su bianco dal nuovo esecutivo. Intanto, la strada verso la transizione green dell’Ue è tracciata da tempo con il Green Deal europeo, di cui la Bce ha approfondito le conseguenze, lanciando qualche allarme sulla produttività delle imprese europee. Come sempre, la sfida è trovare un equilibrio tra la sostenibilità ambientale e la produttività, la redditività delle imprese.

Un equilibrio complesso e spesso analizzato attraverso la dialettica partitica e le relative prese di posizione. Il report redatto dagli esperti dell’Eurotower è l’opportunità per approfondire il tema dalla posizione super partes e istituzionale della Bce. Sulla base delle stime realizzate dallo studio, si prevede che una stretta «green» decisa e rigorosa abbatterà di circa 1/3 le performance economiche delle aziende comunitarie più inquinanti nei prossimi 5 anni. «La transizione verde — si legge nel report — può stimolare l’aumento della produttività, ma ci vorrà tempo».

A destare preoccupazione nel breve-medio termine è l’aumento dei costi di produzione determinato principalmente da due fattori:  – le nuove imposte sulle emissioni di CO2; – le tensioni geopolitiche in atto in Ucraina e in Medio Oriente Gli esperti dell’Eurotower muovono le proprie considerazioni dai dati raccolti in sei tra le più grandi economie nell’area della moneta unica: Italia, Germania, Francia, Spagna, Portogallo e Belgio. Per simulare quali possano essere le ricadute economiche della transizione energetica, si sono considerati le conseguenze di pandemia e caro-energia.

Gli autori del report, però, evidenziano che in quei casi, gli effetti negativi sono stati contenuti grazie a «generosi e rapidi interventi a livello nazionale ed europeo» che hanno sostenuto famiglie e imprese senza produrre effetti distorsivi sull’economia. Una soluzione che, per natura, non può essere strutturale, al contrario della transizione green. Da qui il monito degli economisti dell’Eurotower che però specificano: «i costi della transizione verso un’economia a basse emissioni di CO2 saranno sempre inferiori rispetto a quelli dell’inazione». Come dimostrato da diversi studi, infatti, non investire nella transizione aumenterebbe esponenzialmente i rischi delle aziende e dei cittadini connessi ai disastri ambientali. Secondo le stime, ad esempio, le alluvioni dello scorso anno hanno generato danni per oltre 200.000 dollari a testa per gli emiliani colpiti, con una particolare vulnerabilità degli imprenditori che, in poche ore, hanno visto spazzare via la loro attività, la loro fonte di guadagno.  Uno scenario sempre più concreto, da cui l’assicurazione obbligatoria contro i disastri naturali in capo alle imprese, da stipulare entro il 2024.

In pratica, dunque, la sfida sarà uscire indenni dalla prima fase della transizione. Una lotta per la sopravvivenza in cui rischiano soprattutto le imprese italiane e tedesche. Solo un mese fa, infatti, l’Eurotower aveva spiegato che le imprese nostrane e quelle della Germania sono «le più vulnerabili» tra i principali Paesi dell’eurozona. Diversi i rischi che minacciano il tessuto imprenditoriale dei due Paesi:  – la stretta monetaria; – le turbolenze nel commercio globale; – le tensioni geopolitiche. A rischio, ha spiegato la Bce, il 9% delle imprese italiane, con una esposizione maggiore nel settore industriale, dove le dichiarazioni di fallimento che superano i livelli pre-pandemia. Situazioni su cui pesa anche la crisi demografica.

Le imprese a rischio mostrano una tendenza a investire meno rispetto alle imprese sane, e si registrano aumenti nei crediti deteriorati per le aziende in difficoltà. Gli economisti di Eurotower spiegano che l’impatto economico cambierà in base alle misure. Le politiche ambientali e la produttività aziendale sono strettamente intrecciate, ma l’impatto delle diverse misure può variare significativamente nel tempo. Ad esempio, si prevede che le politiche di sostegno pubblico alla ricerca e allo sviluppo green possano far calare la produttività in fase di transizione, per stimolare la crescita in un secondo momento.

La possibile contrazione della produttività a seguito della transizione energetica, segue diversi canali:  – soprattutto nella prima fase, molte aziende possono avere difficoltà nel reagire a crisi di mercato, per via dell’adattamento alle nuove materie prime, ai nuovi strumenti e ai nuovi meccanismi di produzione (minore elasticità delle imprese); – le nuove tecnologie verdi possono essere meno efficienti di quelle esistenti; – gli investimenti nelle tecnologie verdi potrebbero escludere altri investimenti volti a migliorare la produttività; Tuttavia, secondo il documento, a impattare di più sulle imprese europee saranno gli strumenti «non di mercato», le norme che si basano sul principio del «chi inquina paga» come la nuova imposta sul carbonio alla frontiera (Cbam) e il sistema di scambio delle quote di emissione (Ets).

Queste politiche, spiega ancora la Bce nel suo report, possono avere effetti negativi ridotti ma persistenti sulla produttività delle imprese, soprattutto nei settori industriali ad alta intensità di carbonio. Un ruolo chiave nella resilienza delle imprese può essere giocato dall’evoluzione tecnologica che deve andare di pari passo con quella energetica. Da Francoforte spiegano che l’impatto negativo sulla produttività delle aziende «potrebbe essere compensato a lungo termine dall’adozione di nuove tecnologie più ecologiche e digitali». Sullo sfondo, l’Intelligenza artificiale che può diventare un prezioso alleato delle imprese per evitare di fallire, prima, e per riprendere a macinare, poi.  Non solo: l’Ia può dare un’accelerazione decisa alla transizione green che assume sempre di più le sembianze di una corsa contro il tempo. Entrambi gli ambiti, Esg e Ia, assumono significato grazie ai dati.  L’Esg, che sta per Environmental, Social e Governance, rappresenta infatti un metodo di valutazione delle performance aziendali che si basa su criteri mirati a misurare l’impatto delle operazioni su vari aspetti legati alla sostenibilità ambientale, alla responsabilità sociale e alla governance aziendale.

Questi criteri includono anche l’analisi dei rischi aziendali, degli investimenti e delle operazioni, offrendo una visione approfondita sul rispetto delle normative ambientali, sul coinvolgimento dei dipendenti, sull’etica aziendale e sulla capacità di interagire con gli stakeholder che contribuiscono alla creazione di valore. Sempre di più l’Ue (con la direttiva Csrd in primis) richiede alle imprese un quadro sempre più completo e dettagliato dell’impatto ambientale e sociale delle aziende europee. Valutazioni che sono ormai fondamentali anche per la valutazione finanziaria dell’azienda come dimostra il fatto che le aziende con migliori prestazioni Esg rendono anche (molto) meglio in borsa. L’Ia permette di misurare in maniera estremamente rapida e precisa parametri come le emissioni di gas serra, i consumi energetici, la gestione dei rifiuti e l’impatto della catena di approvvigionamento. In questo modo, le imprese possono risparmiare in termini di risorse economiche e umane, che altrimenti sarebbero allocate nella valutazione di questi indici.

Una tecnologia tutt’altro che priva di rischi (ne abbiamo parlato qui con l’avv. Guido Scorza), ma che può aiutare le aziende anche a massimizzare l’efficienza e minimizzare gli sprechi in fase di produzione, non solo di analisi. Questa tecnologia consente di efficientare gli sforzi e le risorse utilizzate anche grazie ad una capacità predittiva esponenzialmente maggiore rispetto a quella umana. In pratica, l’Intelligenza artificiale ‘calcola’ la soluzione più efficiente per l’impresa senza che quest’ultima utilizzi tempo e risorse per trovare la soluzione migliore. In ultima istanza, l’Ia può permettere alle aziende di sviluppare modelli di apprendimento automatico che aiutano a comprendere e monitorare i rischi Esg, così come a identificare le aree di business in cui è possibile apportare miglioramenti significativi e, quindi, aumentare la produttività. Le nuove tecnologie cui fa riferimento la Bce nel report, possono aiutare le aziende italiane e non a sopravvivere nella prima fase della transizione green, prima che la produttività torni a cavalcare. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Fare e disfare la realtà: stupro? dipende…

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Per «consenso» si intende l’accordo o l’approvazione volontaria e informata tra individui riguardo a un’idea, un’azione, una decisione o a una situazione specifica. È implicito quindi che tutte le parti coinvolte abbiano dato il loro assenso liberamente, senza coercizione o pressioni e con una chiara comprensione di ciò a cui stanno acconsentendo.
Nonostante questa definizione possa sembrare chiara e inequivocabile, i fatti di cronaca più recenti rivelano come questo concetto sia permeato di ambiguità e come la percezione di ciò che può essere considerato consenso sia distorta e influenzata da fattori che vanno oltre la volontà individuale.
In Italia, per esempio, il reato di stupro non è definito come «rapporto sessuale senza consenso», ma è determinato da elementi quali: con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringa taluno a compiere o subire atti sessuali (articolo 609-bis).
Un recente fatto di cronaca è riuscito a scavare un ulteriore solco nel concetto di consenso comunemente inteso. Si tratta del caso dei due ragazzi assolti a Firenze perché hanno avuto un’errata percezione del consenso della ragazza che li ha denunciati.
Nella fattispecie hanno sbagliato a considerare valido il consenso della presunta vittima in una situazione in cui lei, in uno stato di stordimento alcolico, non era nelle condizioni di manifestarlo. Sarebbe molto ironico provare a trasporre questo assunto in altri ambiti, come per esempio quello della sicurezza stradale. Si potrebbe, per esempio, attenuare un reato stradale compiuto in stato di alcolismo.
Va dato atto dell’ambiguità del già citato art. 609 bis del Codice Penale per la mancanza di una reale e precisa definizione della parola consenso; parola che spesso dunque finisce per prestarsi a interpretazioni sessiste e misogine basate sul tasso alcolemico delle donne, sul loro modo di vestire, sulle porte aperte dei bagni e sulle conoscenze e/o rapporti che hanno avuto in passato. Non sembra un azzardo, dunque, dire che questa norma risulta tra i problemi primari relativi alla violenza di genere in Italia, dato che funziona solo se ci si trova davanti a un giudice disposto a interpretare la legge in maniera giusta ed equa, scevra da preconcetti patriarcali.

Francesco Sannicandro