Diminuiscono le aziende specializzate

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La realtà nazionale, soprattutto per l’agricoltura e le aziende agricole è un po’ diversa e certamente meno interessante. Il settore agricolo italiano sul totale dell’economia è più o meno in sintonia con quella dei Paesi europei centro settentrionali. Però l’Italia agricola ci segnala una non lieve differenza fra le condizioni agricolo-produttive del centro-nord e quelle del Sud. È un divario che rimane.
Il valore aggiunto dell’agricoltura nel 2007 è straordinario rispetto all’anno precedente: +2%. Il lavoro agricolo cala nel 2007 del 2,9% e le aziende agricole calano ancor più: – 4,3%. E questo è il dato vero, che ci deve segnalare un allarme. Fra il 2003 e il 2005 le aziende agricole sono calate del 12,2%.
Un segno positivo, ferme restando alcune contraddizioni, è sottolineato viceversa, dal fatto che il reddito lordo standard è cresciuto del 14,6%. Diminuiscono, purtroppo, le aziende specializzate, le più penalizzate, in caduta libera del 14,1%, e ovviamente diminuiscono le giornate di lavoro: – 5,8%. Comunque il reddito agricolo che in Europea a 27 è calcolato con un aumento del 5,4%, per l’Italia vede una diminuzione del 2%. Lo stato di incertezza è pure sugli investimenti che sono diminuiti dell’1,1%. In ogni caso l’Italia mantiene un sistema agro-alimentare con una dimensione economica da 240 miliardi di euro, equivalente al 15,7% del Pil, e questo è il dato sul quale organizzare il futuro, che pur nella difficoltà della crisi è un futuro possibile e realizzabile.
Cioè alla nostra portata. Innanzitutto occorre creare un clima politico favorevole alla ripresa di una discussione sul ruolo fondamentale dell’agricoltura all’interno di economie nazionali globalizzate come le nostre. Non c’è modernità e sviluppo dinamico ed equilibrato se anche l’agricoltura non entra in questo circuito virtuoso dello sviluppo.
Fra i punti di forza del nostro sistema agro-alimentare ci sono stati fino ad oggi le 172 Dop e Igp e la leadership in Europa nella produzione biologica, oggi assistiamo con apprensione alla crisi di alcuni capisaldi del nostro made in Italy.
Dobbiamo rivedere il nostro orientamento, perché è possibile che nelle difficoltà del Grana Padano o del Parmigiano Reggiano ci sia da intervenire, soprattutto, nella possibilità e capacità di mantenere le stalle in produzione. Come in altri comparti produttivi, del resto.
Allora, il problema che si pone è quello nazionale in primo luogo, e comunitario se è possibile, di orientare le politiche agricole, partendo dalle Regioni, per arrivare allo Stato, alla Ue, a far crescere le aziende agricole, a sostenerle offrendogli opportunità servizi moderni, tecnologie, ricerca, infrastrutture e strumenti per il mercato che sono poi, oggi, la debolezza delle debolezze. È qui che forse ci si è affidati nel passato ad una governance che non aveva presenti fino in fondo i dati reali del cambiamento in corso, che non ha colto in tempo ciò che stava rapidamente mutando.
A questo va aggiunta una riflessione più strategica.
Va richiamata l’attenzione sulla, ormai, prioritaria importanza delle produzioni alimentari. Ciò va ancorato alle necessità che la qualità possa trovare collocazione anche in produzioni che per quantità


siano competitive e capaci di offrire prezzi sostenibili ai consumatori. Oggi alla sostenibilità ambientale va aggiunta, senza incertezze, la sostenibilità economica e sociale. Tutto è prioritario e niente secondario. Andrebbero trovate forme di esemplificazione amministrativa e una fiscalità più legata alle opportunità dell’agricoltura. Occorre una politica, un progetto politico più teso e più efficace a contrastare le cause di involuzione e di regresso strutturale dell’agricoltura. C’è un processo di riduzione della Sau (Superficie agricola utilizzata) che occorre frenare, e meglio sarebbe impedire. Va ancora sostenuta la necessità di costituzione di aziende che per dimensioni diano opportunità di efficienza.
Sulla questione dell’innovazione e della ricerca l’aspetto essenziale è quello del suo potenziamento e del sostegno che ne deriverà allo sviluppo tecnologico. Ma ciò potrebbe non bastare. È la diffusione della conoscenza, l’istruzione e la formazione, a tutti i livelli, e l’aggiornamento quello che può produrre un cambiamento non effimero e di prospettiva.