Disboscamento, povertà e illegalità

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Eppure già nel 2001 l’European Space Agency aveva lanciato l’allarme a proposito del Borneo. Dai dati dei satelliti era evidente che gl’incendi attecchiscono in misura maggiore nelle zone soggette a disboscamento selvaggio che non nella foresta vergine. I tagli sono quasi sempre illegali, per cui occorre muoversi con rapidità. Parte del materiale, per lo più ramaglie, va perso durante il carico e il trasporto. Così a terra si forma uno strato che, nel successivo periodo caldo e secco, diventa altamente infiammabile. Non a caso i punti caldi sono sempre localizzati in zone ove sono in corso attività forestali per ricavare legname oppure impiantare piantagioni. Non solo: un rogo crea un substrato favorevole per quello successivo, perché il fuoco distrugge le parti aeree, lasciando quelle inferiori parzialmente carbonizzate e pronte a trasformarsi in tizzoni ardenti.
Ora sta piovendo anche in Indonesia, ma le foreste del Borneo e di Sumatra rimangono punteggiate da hot spot che misurano almeno un chilometro quadro ciascuno, altrimenti non sarebbero stati rilevati dai satelliti.

Già dal 28 Febbraio era stato rilevato un preoccupante incremento della loro attività, soprattutto a Riau, nella parte nord di Sumatra e nel Kalimantan occidentale. Ma, per l’ennesima volta, non si sono adottati provvedimenti efficaci.
Il copione è sempre lo stesso e quest’estate pare la replica di quella del 1997, quando nel Borneo fu decretato lo stato di emergenza. All’epoca, nello stato di Sarawak, l’Api aveva superato più volte il valore di 650.
Ancora una volta si ripete il balletto dei «si dice» e delle relative smentite e nulla fa presagire che verrà assunta una netta presa di posizione. Men che meno un’assunzione di responsabilità.

Da subito si sono susseguiti i contatti telefonici ad alto livello e il ministro malese per l’ambiente ha incontrato quello indonesiano per le foreste. I governi dei due paesi parevano concordare sulla possibilità d’impiegare piogge artificiali, ma non se n’è fatto ancora nulla perché il responsabile del distretto forestale per il nord di Sumatra non è riuscito a stabilire una data opportuna. Il primo ministro malese, Abdullah Ahmad Badawi, ha offerto un aiuto in tre fasi. Da subito per lo spegnimento degli hot spot, poi per le già proposte piogge indotte e, in seguito, per la messa a punto di una strategia a lungo termine. Nel frattempo a Sumatra continuavano a divampare centinaia di roghi, alcuni in zone troppo remote perché potessero essere efficaci le scarse risorse disponibili. Ciò nonostante pare che il governo indonesiano abbia ringraziato per la disponibilità, riservandosi però di discuterne con le autorità delle regioni interessate.
Proprio a Giakarta, dal 10 al 12 agosto era in corso l’undicesimo «Meeting of the Asean Ministers of Science and Technology» e va da sé che si è discusso dell’emergenza. Allo stato l’unico esito è la dichiarata disponibilità di tutti i paesi asiatici nel fornire il proprio aiuto. Non è dato sapere in quale forma, se non per l’offerta d’inviare sul posto aerei ed


elicotteri. E, infine, scarsa o nulla eco hanno riscosso le manifestazioni popolari in Malesia. Il 12 agosto i membri del partito di opposizione hanno inscenato un sit-in dinnanzi all’ambasciata indonesiana chiedendo risarcimenti per un problema che si ripresenta puntualmente, con cadenza annuale.
Da parte indonesiana ci si è limitati ad ammettere che la nube era conseguenza degli incendi nelle foreste, favoriti dall’alta percentuale di torba presente nei suoli. Nessun cenno alla corruzione imperante, alla cronica carenza di fondi e alla debolezza del sistema legislativo. Secondo la versione ufficiale il 70% della responsabilità è da attribuirsi al cosiddetto «slash and burn», ossia la pratica adottata dagli agricoltori per ricavare terreni coltivabili. Il governo ha precisato che si tratta di un’antica consuetudine oggi severamente vietata, ha glissato sull’industria del legname ed ha aggiunto che solo il 30% dei danni va imputato alle attività connesse alle piantagioni di palme da olio. E, con buona pace dei rapporti diplomatici, ha sottolineato che proprio dalla vicina Malesia arrivano molte delle compagnie coinvolte negl’incendi sull’isola di Sumatra.
Il ministro dell’Ambiente malese ha smentito, pur impegnandosi a contattare i presunti responsabili e a far leva sul loro senso di appartenenza, evidenziando come i danni arrecati all’estero rischiano di ripercuotersi in patria.
Questo è quanto, una chiosa buonista per una cronaca di reiterate devastazioni: contraddizione stridente o brillante esempio di come funzionano le cose?