Duplice indagine

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Nel giugno 2003 la britannica Fsa (Food Standards Agency) ha commissionato ad esperti indipendenti uno studio sul rapporto rischi/benefici derivante dal cibarsi di pesci «Oleosi» e si è avvalsa della sinergia tra la Sacn (Scientific Advisory Committee on Nutrition) e la Cot (Committee on Toxicity).
Nel giugno di quest’anno sono stati pubblicati i risultati, dando particolare risalto ai livelli massimi consigliati che paiono più mirati rispetto al passato.
John Krebs, responsabile della Fsa, ricorda come già da tempo si raccomandassero almeno due porzioni di pesce alla settimana, di cui una della varietà «Oleosa», ricca in acidi grassi utili per ridurre la mortalità da cause cardiovascolari.
Tuttavia, sempre nell’ambito della salute pubblica, cresceva l’attenzione per il loro contenuto di Metilmercurio, Diossine e Pcbs, in quanto potenzialmente cancerogeni e dannosi per lo sviluppo del feto.
Gli studi effettuati hanno confermato che tali sostanze sono presenti in percentuali diverse a seconda delle varietà: ad esempio, nel caso del mercurio risultano particolarmente a rischio i grandi predatori marini che si trovano tra gli ultimi anelli della catena alimentare, come lo squalo ed il pesce spada.
Invece l’aringa è al primo posto, seguita dal salmone e con la trota al livello più basso, per quanto concerne la concentrazione di Diossine e Pcbs; tra l’altro, nell’ultimo decennio tali sostanze sono diminuite di circa il 70% in seguito a monitoraggi e legislazioni più severe.
La Fsa ha divulgato l’esito delle ricerche nel giugno di quest’anno, consigliando un consumo di pesce «Oleoso» sino a quattro porzioni la settimana, da ridursi a due per bambini e donne in gravidanza, allattamento o che intendano avere figli a breve termine.
Si tratta di una misura precauzionale, in quanto al di sopra di questa soglia non sono emerse evidenze tali da consentire un bilancio matematico tra rischi e benefici.
Tra l’altro, la Fsa lamenta che nel Regno Unito si mangia tuttora poco pesce (anziché troppo) e, addirittura, sette persone su dieci non se ne cibano mai.
Ritiene quindi auspicabile che la popolazione ne aumenti il consumo, includendo le varietà «Oleose» la cui attuale media procapite è di una sola porzione ogni tre settimane.