Gli aspetti incoraggianti

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Il Protocollo di Kyoto, così come è stato messo a punto dopo la Cop 9 di Milano a completamento degli accordi di Marrakesh, ha due aspetti positivi.
Innanzitutto, è la prima volta nelle Nazioni Unite che 188 Paesi siano d’accordo su qualche cosa che li riguarda tutti (anche se l’accordo è discutibile). Ci sono voluti 11 anni dai famosi accordi di Rio de Janeiro del 1992 sullo sviluppo sostenibile, che mettevano in piedi anche la Convenzione Unfccc, e ci sono voluti 6 anni da quando il Protocollo di Kyoto è stato messo in piedi nel 1997, proprio a Kyoto. Quindi, non va sottovalutato il successo politico ed il significato simbolico di questo successo politico che è giunto a buon fine anche grazie alla Unione Europea ed alla presidenza italiana.
Il secondo elemento positivo è che il Protocollo di Kyoto, così com’è stato definito a Milano è uno strumento che apre enormi prospettive economiche a livello mondiale. Proprio a causa degli accordi di Marrakesh il clima non è più l’obiettivo primario del Protocollo, ma una scusa, o per dirla in positivo, una opportunità che favorirà, attraverso la convenienza economica e la valorizzazione economica dell’ambiente, lo sviluppo socio-economico anche dei Paesi in via di sviluppo e la cooperazione internazionale fra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo.

C’è anche il rischio di finanziare (o di risarcire) i Paesi produttori di petrolio perché tali Paesi si sono più volte lamentati che i Protocollo di Kyoto danneggia le loro vendite di petrolio e di combustibili fossili e, quindi, le loro economie nazionali sono vulnerabili all’attuazione del protocollo di Kyoto. Tuttavia, al di là di questi problemi, la cooperazione internazionale si fonderà certamente su basi più solide, cioè non più con generici aiuti allo sviluppo attraverso finanziamenti a pioggia (spesso mal utilizzati), ma con co-finanziamenti concordati su iniziative progettuali, verificabili e controllabili, indirizzate ad obiettivi concreti di sviluppo sostenibile.
Ma si apre anche un grande mercato ambientale dove tutti, anche chi non è direttamente interessato alle emissioni di gas serra o di mitigazione del clima, possono partecipare, acquisendo per esempio crediti di emissione nei paesi in via di sviluppo e commerciando poi tali crediti, trasformati in permessi di emissione, tra i paesi industrializzati, tanto che si pone ora il problema, come se lo è posto la Unione Europea, di dare rigide regole a tutto questo mercato.
Insomma, i cambiamenti climatici diventano un presupposto, piuttosto che una finalità e in questo contesto la finalità di salvaguardia del clima potrà coincidere con il presupposto, solo se il mercato mondiale e le regole di tale mercato lo consentiranno. In altre parole i problemi del clima si risolveranno se diventeranno problemi economici o di mercato altrimenti non potranno trovare adeguate risposte: i grandi principi (di equità generazionale ed intergenerazionale, di responsabilità comune ma differenziata, di precauzione, ecc) devono in qualche modo soccombere alle regole del mercato.