I vantaggi di sapere dove mettiamo… i piedi

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Ci sono difficoltà nella realizzazione del portale?
L’Europa è tutta coperta. In Asia ma soprattutto in Africa ci saranno sicuramente dei buchi. Infatti, non si può neanche lontanamente pensare che Paesi in stato di guerra o di profonda emergenza possano aderire con facilità a progetti internazionali di questo tipo che poi, tutto sommato, sono relativamente frivoli rispetto a problemi sociali più seri. I Paesi in via di sviluppo hanno problemi tecnici e i partner del progetto si sono impegnati a risolverli fornendo loro un sostegno diretto: in Africa le mappe sono quasi sempre disponibili solo in formato cartaceo e i paesi partner si faranno carico di trasferirle in digitale. Del resto, dobbiamo ricordarci che anche in Italia fino a pochi anni fa le mappe erano ancora in formato cartaceo.
In ogni caso quello della copertura totale è un problema che vogliamo risolvere. Abbiamo sperimentato che più paesi aderiscono all’iniziativa e più si crea un effetto a catena. Quando andiamo a fare le nostre presentazioni nei consessi internazionali, si mostra una mappa del mondo con le aree ancora bianche e c’è sempre qualcuno che alza la mano e dice «Come mai il mio Paese non è rappresentato?». A quel punto si attiva un sistema virtuoso e nel giro di pochissimo si risolve il problema.

Come è messa l’Italia in campo geologico?
Molto bene. È uno dei paesi trainanti di Onegeology e siamo i coordinatori della posizione europea. Cosa vuol dire? È un riconoscimento importante, considerando che in Europa ci sono molti Paesi forti dal punto di vista della tecnologia e dell’economia legate alle scienze della terra. I forti interessi economici alle spalle dei servizi geologici assicurano spesso un forte sostegno governativo. Pensiamo in Europa a Paesi come la Francia, l’Inghilterra e Olanda. La richiesta di metalli in questi ultimi anni è in continuo aumento da parte di paesi emergenti come la Cina.

Il «Google geologico» non rischia di rimanere per addetti ai lavori?
L’idea è proprio quella di non farlo per addetti ai lavori. Lo diventerà necessariamente perché è la prima volta che si crea una mappa globale geologica alla scala 1:1.000.000 e anche chi non è coinvolto direttamente nel progetto (al quale lavorano i Servizi geologici nazionali) come università, mondo accademico o professionisti saranno sicuramente interessati.
Ma lo scopo è, e deve rimanere, quello di avvicinare il grande pubblico. Infatti, alle mappe si affiancheranno piano piano i cosiddetti metadati, cioè i dati aggiuntivi che renderanno affascinante la navigazione. Un esempio pratico: grazie a OneGeology si potrà sovrapporre alla mappa geologica quella delle zone alluvionabili o soggette a frana e di abbinare pagine informative nelle quali si spiegherà qual è il tipo di frana a cui è soggetto il suolo, che tipo di geoparco esiste in zona o immagini satellitari. In tal modo l’esperienza diventa interessantissima e si aprono scenari infiniti.

Come mai, secondo lei, la geologia è ancora così ostica al grande pubblico?
Innanzitutto perché è una materia molto complessa e ha una terminologia


unica, simile forse solo a quella della medicina. Bene o male, i termini medici siamo costretti a impararli sulla nostra pelle e diventano familiari.
Per la geologia questo non accade. Ci si interessa alla geologia solo quando c’è un disastro naturale o una catastrofe, ma la materia ha tantissime implicazioni sulla salute: pensiamo all’avvelenamento da mercurio, da amianto, alle malattie polmonari che derivano da inalazioni di sostanze minerarie tossiche, allo zolfo. L’acqua che beviamo può essere contaminata da sostanze naturali e questo succede spesso in paesi dove la scienza e la ricchezza sono un po’ carenti: le popolazioni si ammalano e poi si scopre che dipende dall’acqua che bevono o dai terreni che coltivano. Molte malattie derivano da mineralizzazioni le cui caratteristiche sono spiegabili solo con competenze geologiche.

OneGeology sarà presentato ad agosto…
Sì, al congresso geologico internazionale di Oslo. Lì sarà presentata una versione prototipale. Ad Oslo vogliamo renderci conto di quanta parte del mondo sarà effettivamente coperta. Se avremo il 70-80% del pianeta emerso si potrà sicuramente dire che siamo sulla strada giusta.

Ci saranno anche gli oceani?
Sono previsti, ma non nella fase iniziale. Hanno delle grosse complicanze per quanto riguarda la mappatura dei fondali a causa degli accordi internazionali fra gli stati.

E l’Italia?
È molto avanti e sono già molti i metadati disponibili sul web. Per alcuni di essi dobbiamo raggiungere accordi con le amministrazioni regionali. Apat è il gestore unico e coordinatore di tutti i dati, ma l’elaborazione è in collaborazione con le regioni.

(Anna Rita Pescetelli)