Il Gruppo camoscio Italia

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Fin dall’anno 1978, uno speciale Gruppo scientifico-conservazionistico venne da me fondato e coordinato presso il Centro Studi Ecologici Appenninici del Parco Nazionale d’Abruzzo. Ne fecero parte non soltanto vari specialisti tra cui Sandro Lovari, Maurizio Locati e Cinzia Sulli, succedutisi alla sua Segreteria: ma anche autorevoli studiosi, tra cui Ettore Biocca dell’Università di Roma, Danilo Mainardi dell’Università di Parma e Franco Perco di Trieste, ben noto ed apprezzato conoscitore degli Ungulati. Vi aderirono successivamente molti altri esperti, protezionisti e simpatizzanti interessati a questo magnifico animale delle nostre montagne. Scopo principale, condiviso da tutti, era contribuire alla conservazione e diffusione del suo straordinario popolamento appenninico.
Il Gruppo si era prefisso l’intento di condurre, promuovere e assistere ricerche scientifiche atte a chiarire la posizione sistematica, le abitudini, le necessità ambientali, il valore faunistico ed ogni altro aspetto della biologia e della storia naturale del Camoscio appenninico. Obiettivo questo in buona parte raggiunto, così come ottimi risultati ha assicurato l’intensa opera di educazione e sensibilizzazione tanto degli abitanti locali, quanto degli eterogenei frequentatori della montagna: sviluppando verso questo ardito Rupicaprino, in precedenza praticamente sconosciuto al vasto pubblico della penisola, intensi flussi di attenzione e simpatia.

Ma molti altri risultati notevoli meritano di essere qui ricordati. Anzitutto il costante incremento della popolazione del Parco, e la creazione di Aree faunistiche di allevamento e riproduzione. Poi la disciplina delle numerose visite volte ad ammirarlo, con Guide competenti e motivate, lungo sentieri ben tracciati e, durante i periodi di massimo afflusso, persino a «numero chiuso», e cioè in gruppi ridotti, preparati in anticipo e rispettosi della natura. Inoltre è stata sempre sottolineata la specificità del Camoscio d’Abruzzo (Rupicapra ornata), rivalutando la sua autonomia, ben intuita dal suo primo descrittore, lo zoologo tedesco Oscar Neumann: una vera e propria «specie nascente», più vicina al Camoscio dei Pirenei che alle forme alpine, ma ben distinta per caratteristiche morfologiche, ecologiche, etologiche e genetiche; e da lungo tempo senza contatti riproduttivi con i suoi parenti vicini o lontani.

Ma l’opera più memorabile del Gruppo è stata certamente la reintroduzione del Camoscio negli altri Parchi abruzzesi, già esistenti o semplicemente proposti, a partire dall’anno 1990. La Maiella ricevette per prima i suoi Camosci a Lama dei Peligni, dove la nuova Area Faunistica suscitò entusiasmo tale, da travolgere gli ultimi ostacoli alla creazione del Parco. Il Gran Sasso li accolse a Farindola nel 1992, ad esattamente un secolo dall’abbattimento, a Monte San Vito, del suo ultimo individuo. Qualche anno dopo, l’Operazione Camoscio poteva dirsi felicemente avviata, e i nuovi Parchi in via di organizzazione incominciarono a seguirne ogni ulteriore sviluppo.
Oggi, ad oltre un decennio da quegli eventi, ciascuno dei due nuclei, Maiella e Gran Sasso, può vantare una popolazione di oltre 200 esemplari, per di più in costante incremento. Nel Parco Nazionale d’Abruzzo i Camosci s’aggirano ormai intorno agli 800, senza contare le varie Aree faunistiche. In totale, quindi, la popolazione di Camoscio d’Abruzzo è salita attualmente a circa 1.300 individui, risultando dieci volte superiore a quella del 1969, allorché iniziava tra mille difficoltà l’epica «redenzione» del Parco. Continuando così, potrà finalmente realizzarsi, tra qualche anno, il sogno di avere 2.000 Camosci appenninici a quota 2.000. Qualcosa che fino agli anni Novanta nessuno avrebbe creduto possibile, qualcosa che non era più accaduto almeno da un paio di secoli.