Il nodo delle scorie

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Un’ultima osservazione voglio fare sulla promessa compatibilità ambientale dell’energia nucleare, soprattutto in relazione alla sistemazione delle scorie nucleari, a cominciare dal «combustibile irraggiato», le barre di uranio estratte dai reattori dopo uno o due anni di funzionamento e contenenti uranio-238, una parte residua di uranio-235, elementi transuranici e prodotti di fissione. Si tratta di materiali diversissimi chimicamente, con differenti tempi di dimezzamento (il tempo durante il quale perdono metà della radioattività originale), che vanno posti in depositi che vanno tenuti sotto controllo per mesi, o per anni e decenni o per migliaia di anni. La loro pericolosità per la vita varia a seconda della composizione chimica e della radioattività che a sua volta varia continuamente nel tempo. Il combustibile irraggiato deve restare per anni in adatte «piscine» nelle quali perde una parte della radioattività generando calore, per essere poi «ritrattate» per separare le varie componenti, le vere e proprie scorie, o sepolte per tempi lunghissimi.

Dove mettere le scorie radioattive esistenti, note e inventariate e quelle che continuamente si stanno formando? La risposta ragionevole è: nessuno lo sa. In giacimenti scavati nel granito? nelle miniere di sale abbandonate (ricordiamo la commedia della proposta governativa di depositare i rifiuti a Scanzano Ionico)? in terreni argillosi? in fondo al mare? nello spazio interplanetario, lanciate da speciali missili? Pochi problemi tecnico-scientifici hanno avuto risposte fantasiose e illusorie come quello dello smaltimento delle scorie nucleari.

Con le scorie radioattive dovremo convivere per tutta la vita e anzi la loro quantità tenderà a crescere e assumerà, col passare del tempo, anche nuovi caratteri. Possiamo seppellire le scorie radioattive in qualche deposito per il quale possiamo chiedere alle generazioni future una sorveglianza affidabile? La risposta è «no». Il grande fisico, pur fautore dell’energia nucleare, Alvin Weinberg, scrisse: «Noi nucleari proponiamo un patto col diavolo; possiamo fornire energia a condizione che le società future assicurino una stabilità politica e delle istituzioni quali mai si sono avute finora». E, guardandosi intorno, di tali società non esistono certo oggi tracce nel mondo.

In quale maniera sarà possibile avvertire coloro che vivranno fra centinaia e migliaia di anni, accanto ad un deposito di scorie nucleari, che devono continuare a vigilare attentamente perché il materiale depositato non sia esposto a infiltrazioni di acqua, non venga a contatto con forme viventi? Il plutonio-239 perde metà della propria radioattività ogni 24.000 anni e quindi è ancora radioattivo dopo 200.000 anni. Se si pensa ad una sepoltura che sia sicura e protetta anche solo fra diecimila anni (un periodo nel quale possono nascere e scomparire interi imperi) c’è da chiedersi in quale lingua e in quale modo si può mettere un avviso, all’ingresso dei depositi di scorie: «Attenzione: non avvicinatevi», in quale lingua dovremmo scrivere il messaggio? con quali segni? e chi tramanderà la leggibilità di tale avvertimento?

L’americano Sebeok, uno studioso della comunicazione, ha suggerito che occorrerebbe organizzare una «casta sacerdotale atomica», di durata eterna, in grado e col compito di tramandarsi nel corso delle 300 generazioni che si


susseguirebbero nei diecimila anni, la lingua e il significato di quel cartello apposto sul cimitero delle scorie radioattive e dei residui delle centrali e degli impianti contenenti materiali radioattivi. E poi su quale supporto l’eventuale messaggio custodito dai sacerdoti atomici può essere tramandato a tutti gli abitanti del pianeta per 300 generazioni? Qualsiasi successo di qualsiasi tecnologia di sepoltura dei materiali radioattivi sembra impossibile e questo conferma la necessità di fermare la diffusione delle centrali e delle attività nucleari, anche considerando lo stretto legame fra nucleare commerciale e militare. A conferma cito per tutti un lungo articolo apparso, col titolo: «I rifiuti eterni (The forever waste)» apparso nel fascicolo del 5 maggio 2008 nella rivista «Chemical and Engineering News», il settimanale della Società Chimica americana che non può certo essere tacciata di furore antinucleare o ecologista. La più avanzata proposta di «sepoltura eterna» delle scorie radioattive americane, nel ventre di Yucca Mountain, nel deserto del Nevada, è stata fermata e resterà sospesa per anni.

Vorrei concludere con una modesta considerazione ispirata agli eventi del primo atto dell’avventura nucleare e che affido a coloro che propongono, e che si opporranno, al secondo atto di tale avventura, appena iniziata. «Se» i soldi spesi negli anni 1973-1986 per il nucleare (per la propaganda, per impianti che non sarebbero mai entrati in funzione, per disastri territoriali, per arginare i conflitti popolari) fossero stati spesi per il potenziamento delle fonti rinnovabili, già mature nei primi anni Settanta, per il risparmio energetico, la ristrutturazione produttiva, una nuova urbanistica attenta alla difesa del suolo (proprio quello che dicevano Italia Nostra già nel 1976 e tanti altri in quegli anni Settanta del Novecento) saremmo oggi il paese più industrializzato e scientificamente avanzato d’Europa. Quante delusioni, quanto tempo e quanti soldi buttati al vento!