Il Rapporto Stern

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Il rapporto curato dall’economista britannico Nicholas Stern, ex dirigente della Banca Mondiale, per lo scenario peggiore prevede un calo del 20% del prodotto economico mondiale a causa dei mutamenti climatici. Un costo calcolato attorno ai 5,5 trilioni di euro, se non si affronterà il problema in maniera risolutiva entro i prossimi dieci anni.
Per la prima volta, un’analisi del «global warming» analizza le conseguenze economiche dei cambiamenti: questo potrebbe influenzare più di ogni considerazione ambientale le risposte di governi e industrie, in particolare negli Usa, il paese che inquina di più al mondo, dove l’amministrazione ha sempre respinto l’opinione prevalente tra gli scienziati sui cambiamenti climatici. Stern ha studiato quali potrebbero essere le conseguenze dei cambiamenti climatici sul pil mondiale da qui al 2100, concludendo che nella migliore delle ipotesi, l’1% del prodotto economico mondiale andrà in spese volte a sanare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Lo studio, 700 pagine, è stato commissionato dal governo britannico nel 2005, e lo stesso esecutivo di Londra ritiene che le conclusioni preoccupanti della ricerca rendano possibile far accettare all’opinione pubblica una serie di tasse «ecologiche», dagli aumenti delle accise sulla benzina, a tasse su chi viaggia in aereo, già individuate dal ministro dell’Ambiente David Milliband. Ma quello dell’aggravio fiscale per i contribuenti britannici sembra ben poca cosa, a fronte di 200 milioni di possibili profughi, la maggiore migrazione della storia moderna, causa distruzione di intere zone da parte di siccità e alluvioni. Stern avverte che un nuovo trattato che seguirà Kyoto dev’essere varato entro il prossimo anno, e non entro il 2010/11 come previsto, se si vogliono tagliare drasticamente le emissioni dannose.

Lo studio spiega che l’Europa dovrà estendere il sistema detto «cap and trade», nel quale le emissioni di anidride carbonica vengono fissate a un certo tetto massimo: se un’azienda vuole inquinare di più deve comprare questo diritto da industrie meno inquinanti, che non raggiungono il tetto. Così, si auspica, le aziende accelereranno la ricerca di sistemi di produzione meno inquinanti. Al tempo stesso, ai governi viene chiesto di raddoppiare gli investimenti nella ricerca di fonti energetiche pulite.

E non servono, avverte Stern, misure unilaterali, ma serve un sforzo mondiale: se la Gran Bretagna chiudesse tutte le sue centrali elettriche domani, ad esempio, la riduzione di emissioni dannose verrebbe vanificata entro soli 13 mesi dalla crescita inquinante della Cina, che insieme all’India rappresenta la sfida decisiva per la riduzione delle emissioni nel futuro immediato.
Le anticipazioni del rapporto Stern coincidono con l’allarme lanciato da un altro studio sul clima, «Up in Smoke 2», fatto da un gruppo di Ong britanniche (Oxfam, la New Economics Foundation e il Working Group on Climate Change and Development, che raccoglie organizzazioni umanitarie ed ecologiste) per il quale gli aiuti economici all’Africa vengono vanificati proprio dall’aggravarsi delle conseguenze dell’effetto serra. L’aumento delle temperature medie (3,5 gradi negli ultimi 20 anni in alcune zone) rende le zone aride sempre più aride e quelle umide sempre più umide. Risultato: nella sola Africa sub-sahariana, 25 milioni di persone hanno sofferto la fame lo scorso anno.