Intrappolati nella «macroeconomia»

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Non possiamo, qui, non ricordare che, in un recente passato, noi stessi avevamo ben sperato nelle «diversità»: guardavamo con interesse ed entusiasmo al fenomeno del melting pot e avevamo fiducia che un futuro migliore, proprio per le «diversità» che poteva esprimere, sarebbe stato possibile. Invece oggi sono in molti a parlare, in termini dispregiativi, di «meticciato», effetto di una mal sopportata «diversità» che, implicitamente, evidenzia i limiti che imponiamo a noi stessi, quando dobbiamo affrontare la complessità del vivere.
Eppure, abbiamo sicuramente, per nostra vocazione naturale, l’intelligenza e la capacità di governare le nostre scelte, per evitare di soccombere impotenti a quegli avvenimenti che procedono in direzioni non scelte e non decise dalla nostra volontà. Ci sentiamo, invece, sopraffatti dalle delusioni e rischiamo, così, di finire intrappolati nelle paure, giustificate solo dall’ignoranza e dalle prepotenze che accettiamo.
Troppo spesso l’unica nostra reazione si riduce alla sterile difesa di un’identità «fotogrammatica». Sembra, cioè, incombere il pericolo di convincerci di un’immutabilità nel tempo della nostra condizione, e non sembra, invece, emergere la nostra determinazione nel voler spendere il nostro «vivere» in intelligente armonia con i segni positivi della «diversità» presente nel divenire delle cose naturali.
Nel passato si è anche a lungo sperato nella liberazione dell’uomo dalla fatica, lasciando così immaginare che si potesse accedere ad un’ampia scelta, di interessi e di opportunità, e che si potesse dare spazio alle «diverse» vocazioni, piuttosto che alla omologazione unidirezionale dell’asservimento dell’uomo ai ritmi della produzione. Oggi, è pur vero che la «fatica» è stata affidata in gran parte alle macchine, tuttavia all’uomo non è toccata quella «buona sorte» che attendeva.

Lo sviluppo tecnologico (segno, oggi, non di progresso umano, ma piuttosto di un ingombrante ostacolo allo sviluppo di alternative al mercato dei consumi di massa) invece di «liberare» l’uomo dalla fatica del sopravvivere, sembra sia diventato causa di un suo, ancor più tenace e perverso, «asservimento» a forme alienanti di lavoro e allo sfruttamento, a sempre più elevato valore aggiunto, delle sue qualità. I momenti di «libertà», pur se ricercati, non godono, poi, di significative opportunità per mettere in gioco le «diverse» potenzialità creative umane e, invece, là dove sono utilizzati per sostenere il rispetto dei diritti umani, espongono, spesso, a drammatici rischi la vita di quegli uomini che si impegnano per la difesa della dignità umana.
Conviviamo con le nuove «fatiche» del combattere inutilmente con quotidiane difficoltà senza senso, con lo stress da competizione, con la spersonalizzazione delle attività relazionali, con la sottoccupazione culturale, con la sottomissione delle proprie competenze intellettuali a logiche in conflitto con i propri riferimenti valoriali. Siamo sempre più privati della spendibilità sociale, culturale e politica dei nostri «diversi» patrimoni di esperienze.
Con la globalizzazione dei mercati, la gestione della «complessità» (tutto un mondo di «diversità», di relazioni ancora da esplorare e da scoprire) viene sottratta non solo alla «libertà» delle singole persone, ma soprattutto alle «responsabilità» dirette delle «diverse» comunità umane. In nome di una sorta di ragion di stato (giustificata da timori per


il mantenimento dell’autonomia degli stati nazionali) è stata messa in atto una politica, di controllo sociale e di ordine economico, che frena l’esercizio della «libertà» e il suo naturale contributo alla costruzione del progresso umano. Soprattutto viene ridotto, per qualità e quantità, il panorama delle informazioni e conoscenze significative (troppa cronaca usa?e?getta e poca ricerca critica sul divenire e sulle connessioni fra gli eventi), mentre il nostro futuro è affidato ad un numero sempre più piccolo di «meccanici» del mercato. Privati di consapevolezze e di responsabilità dirette, i nostri destini, sono decisi dalle monotone e settarie strade della macroeconomia, dai modelli unici dell’ordinaria, approssimata e scadente lettura dei fatti, dalle simulazioni che reinterpretano a modo loro i nostri scenari di vita, dalle procedure unificate, imposte dal mercato, che trasformano gli uomini in numeri, i popoli in loro aggregati e la loro vita in trend di consumi.