L’azione dell’uomo

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La posizione geografica del Mediterraneo ha reso questo mare anche crocevia di vicende di popoli con scambi economici e culturali, migrazioni e guerre, sviluppo di città sul mare e traffici navali, uso del territorio costiero e modificazione dell’[I]habitat[/I], sfruttamento delle risorse marine e introduzione di nuove specie sia volontariamente sia accidentalmente.
A partire dalla rivoluzione industriale e con lo sviluppo della tecnologia, le differenti attività umane e la crescita demografica hanno modificato profondamente l’ambiente naturale sia lungo la fascia costiera sia in mare aperto, sebbene con rilevanti differenze tra la parte meridionale e quella settentrionale del bacino.
L’Agenzia europea per l’ambiente (Unep, 2000) riporta che ogni anno nel Mediterraneo vengono catturate oltre 1,5 milioni di tonnellate di organismi (pesci, molluschi, crostacei) destinati al consumo umano. La popolazione residente negli stati costieri è in continuo aumento: 246 milioni nel 1960; 380 milioni nel 1990; 450 milioni attualmente; probabilmente 520-570 milioni nel 2030. Il Mediterraneo rappresenta la principale destinazione turistica del mondo con il 30% degli arrivi di turisti internazionali e con un terzo degli introiti provenienti dal turismo internazionale.
Il turismo costiero è stagionale e aumenta annualmente: da 135 milioni di arrivi nel 1990 a 235-350 milioni previsti nel 2025. Le interazioni tra turismo e ambiente si esplicano in: uso del suolo; consumo delle risorse idriche; inquinamento delle acque; incremento della produzione di rifiuti e delle pressioni fisiche. Le principali pressioni dovute all’agricoltura nella regione mediterranea consistono nell’erosione del suolo e nell’eccesso di nutrienti dovuto all’impiego di una quantità eccessiva di fertilizzanti.
Durante un anno il Mediterraneo riceve circa 500 miliardi di m3 d’acqua provenienti dai fiumi e dagli scarichi delle città, campagne e delle industrie. Queste acque contengono consistenti quantità di fosforo, azoto, oli minerali, detersivi, metalli pesanti, pesticidi etc. Sono frequenti gli incidenti marittimi e in molti dei quali sono coinvolte navi che provocano versamenti di petrolio e di sostanze chimiche. Intorno a tutto il bacino è disseminata una vasta gamma di attività industriali, da quelle minerarie a quelle manifatturiere. Le maggiori pressioni sono dovute al settore chimico, petrolchimico e metallurgico. Molte aree sono a rischio per complessi industriali pesanti e grandi porti commerciali, come ad esempio Taranto e i suoi mari (Cardellicchio et al., 1991).
Tutte queste attività antropiche possono avere pesanti effetti sulla biodiversità, minando le condizioni di esistenza delle specie più sensibili e alterando la struttura delle popolazioni e delle comunità con profonde conseguenze anche sul funzionamento degli ecosistemi. Sicuramente molte specie in determinate aree mediterranee presentano preoccupanti rarefazioni dovute al degrado e alla frammentazione degli habitat, all’immissione di sostanze tossiche persistenti (non biodegradabili), alla sovrapesca (overfishing), anche con modalità proibite dalla legge, nonché alle variazioni naturali le cui cause spesso non sono conosciute (Relini, 1992; Caddy, 1993). A livello di comunità la rarefazione delle specie più sensibili e vulnerabili è spesso accompagnata allo sviluppo di specie opportuniste tolleranti lo stress ambientale.
Questo spesso si manifesta, inoltre, con la riduzione della taglia media negli organismi dominanti e del loro potenziale riproduttivo,


nonché con la riduzione della diversità genetica, variazioni nelle catene alimentari e nei rapporti di competizione e predazione tra le differenti specie. Gli invertebrati bentonici e i vertebrati che vivono in prossimità del fondo sono tra i migliori indicatori della situazione ambientale a causa della loro persistente esposizione alle caratteristiche ecologiche dell’area (Gray, 1989).
La riduzione dell’abbondanza e delle taglie dei predatori di vertice rappresenta un tipico sintomo di alterazione delle catene alimentari dovuto ad una pesca eccessiva (Pauly et al., 1998). I predatori di vertice, inoltre, molto spesso diventano «accumulatori» di sostanze tossiche non biodegradabili immesse nell’ambiente e che si concentrano sempre più passando dal primo livello trofico ai successivi fino ad essi, con effetti negativi sulla loro riproduzione e sopravvivenza (biomagnificazione) (Tyler Miller, 2001).