L’obesità e la dieta…

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L’uomo ha capito queste cose. La Convenzione di Rio de Janeiro, del 1992, vede nell’erosione della biodiversità il massimo rischio per la sopravvivenza della nostra specie. Siamo intelligenti, e abbiamo capito. Ora occorre trasferire il pensiero, basato sulla conoscenza, in azione. Abbiamo bisogno di una nuova scala di valori, che non veda come unico misuratore di progresso il prodotto interno lordo. Il capitale naturale vale più del capitale artificiale. E non abbiamo neppure fatto l’inventario del nostro capitale. Non abbiamo dato il nome a tutte le specie, ne abbiamo nominato due milioni, ne restano approssimativamente otto. L’incarico divino non è stato portato a termine. Anzi, invece di dare il nome agli animali li stiamo distruggendo, e con loro gli ambienti, gli habitat, e la diversità genetica. Tutto sovvertito dalla nostra insaziabile ingordigia di risorse.
Oggi siamo in una situazione paragonabile all’obesità di un individuo. Il peso e la quantità di cibo ingerita non sono l’unico valore. Lo sono in condizioni di disagio, quando il cibo è fonte di sopravvivenza, ma se il cibo è molto disponibile, esagerare può essere letale. Si può morire dal grande benessere. Gli obesi sono cresciuti troppo e devono mettersi a dieta. Noi, come specie, siamo cresciuti troppo. E dobbiamo metterci a dieta. La nostra ingordigia ci sta portando oltre il limite di tollerabilità della crescita. Mettersi a dieta significa decrescere. Il paradigma della crescita, valido quando eravamo sottodimensionati, oggi deve essere sostituito dal paradigma della decrescita.