La perdita del capitale naturale

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Il rapporto rileva che negli ultimi 50 anni gli esseri umani hanno modificato gli ecosistemi più rapidamente e profondamente che in qualsiasi altro periodo della storia. Fornire cibo, acqua, energia e materiali ad una popolazione in continua crescita ha comportato un prezzo altissimo per i complessi sistemi di piante, animali, microrganismi, funzioni e processi biologici che consentono la vita sul pianeta.
Il degrado in atto aumenta la possibilità di cambiamenti improvvisi ed imprevedibili che potrebbero avere un impatto molto grave sull’umanità, come per esempio l’emergere di nuove malattie, il deterioramento della disponibilità e della qualità dell’acqua, il crearsi di «zone morte» lungo le coste, il collasso della pesca e modificazioni profonde del clima.
Nel 2000 la concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera aveva raggiunto il livello più elevato degli ultimi 450.000 anni, e dall’avvio della rivoluzione industriale era aumentata di circa il 32 per cento passando da 280 a 376 parti per milione di volume.
Tra il 1960 ed il 1990 l’uso di fertilizzanti chimici di sintesi ha fatto triplicare a livello mondiale la concentrazione di azoto e fosforo nel suolo. Questo aumento può provocare una dannosa crescita di alghe nei laghi e nelle zone costiere, che a loro volta riducendo la disponibilità di ossigeno nell’acqua, causano la morte di molte specie ittiche.
Gli esperti mettono in guardia che tutto questo ha prodotto la più ampia, ed in larga misura irreversibile, perdita di biodiversità sulla terra, e che a causa di ciò circa il 12% degli uccelli, il 25% dei mammiferi e almeno il 32% degli anfibi sono minacciati d’estinzione nel prossimo secolo.