La proposta Aosis e l’orientamento Usa

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L’Aosis ha, infatti, proposto un meccanismo diverso: le emissioni devono rappresentare un costo per gli emettitori. In altre parole, l’Aosis punta sull’ipotesi di far pagare le emissioni con una qualche tassa idonea allo scopo, cioè rapportata sia alle quantità di emissioni sia alla tipologia delle emissioni. I proventi derivanti da questa tassa dovranno essere accantonati in un fondo finanziario, che servirà per finanziare la realizzazione di progetti, azioni e misure di adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi più poveri.
I paesi più poveri, che sono i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono, infatti, quelli che subiranno le maggiori conseguenze negative ed i danni dei cambiamenti del clima. Ebbene, sottolinea l’Aosis, questioni di equità e di giustizia internazionale impongono che chi si rende responsabile dei danni altrui, provveda a prevenirli e a pagarli.

Dopo la cerimonia di apertura, infatti, i paesi Aosis, hanno chiesto che nella fase post 2012, i paesi in via di sviluppo siano suddivisi in due categorie:
– paesi poveri: quelli che non emettono gas serra, o ne emettono in quantità insignificanti a livello globale, ma che subiranno i maggiori danni dei cambiamenti del clima e non sono in grado di «adattarsi»
– paesi emergenti: quelli che emettono gas serra in modo significativo, o sempre più significativo, a livello globale, e che saranno in grado di far fronte ai danni dei cambiamenti climatici, ma anche di adattarsi.
Di conseguenza impegni ed obblighi dovranno essere commisurati su tre categorie di paesi:
– quelli industrializzati, che dovranno procedere alla riduzione delle proprie emissioni e finanziare il processo di adattamento ai paesi poveri;
– quelli emergenti, che dovranno procedere a ridurre le proprie emissioni e, ove possibile, aiutare i paesi più poveri;
– quelli poveri, che non avranno obblighi o impegni di riduzione delle emissioni, ma diritti ad essere risarciti per i danni provocati dai paesi precedenti.

Un’attenzione particolare è puntata agli interventi dei delegati Usa. L’orientamento emerso, o per lo meno si crede sia emerso, è che:
– gli Usa intendono coinvolgere in un accordo «ad hoc» i paesi (sviluppati ed in via di sviluppo) che sono i maggiori emettitori globali di gas serra, in pratica oltre ai paesi industrializzati anche Cina, India, Brasile, Messico, Corea, Sud-Africa salvo altri;
– l’accordo «ad hoc» dovrebbe mettere in moto un mercato internazionale sul commercio delle quote (o dei permessi) di emissione in cui entrano a far parte anche i crediti di emissione (convertiti in permessi di emissione) acquisiti attraverso il «clean development mechanism» con i paesi in via di sviluppo che non fanno parte dell’accordo «ad hoc»;
– gli obiettivi dell’accordo (riduzione delle emissione e tempi di riduzione) non sono obblighi vincolanti, ma sono impegni volontari «a tempo limitato» che periodicamente verranno rivisti attraverso un meccanismo di «pledge and review»;
– l’accordo deve mettere in moto una crescita socio economica, in cui la lotta ai cambiamenti climatici e la protezione dell’ambiente sono parti integranti della libera economia di mercato e devono, pertanto, rappresentare un investimento economicamente produttivo.

Come si


vede, da quest’ultimo punto, si marcia su filosofie diametralmente opposte. Gli Usa continuano sul primato del mercato ed arrivano a far entrare nel gioco anche i danni da esso prodotti.