La storia degli U’wa

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Un popolo dalla cosmovisione pacifica e in armonia con la natura stretto nella morsa di compagnie petrolifere opportuniste e governi indifferenti

Il popolo U’wa chiede al governo colombiano ed al mondo solamente il rispetto della propria cultura di pace e solidarietà. Non chiede denaro né di cambiare le leggi vigenti. Anzi, chiede che vengano rispettate. La realtà, però, vede la violazione della Costituzione colombiana del 1991,tra le più avanzate dell’America Latina, che riconosce la multiculturalità e garantisce agli indigeni il diritto di vivere secondo i propri usi e costumi sul loro territorio. Lo sfruttamento e l’inquinamento del territorio rischia di causare agli U’wa la perdita della loro cultura e dei loro valori e la distruzione della loro economia tradizionale. A partire dal 1995 per questa comunità indigena di circa settemila persone, è iniziato un triste periodo, con l’autorizzazione del governo colombiano per la compagnia petrolifera nordamericana «Occidental Petroleum Oxy» ad iniziare le ricerche nel loro territorio sacro definito «corazon del mundo» (cuore del mondo). Nella cultura U’wa, il petrolio rappresenta «la sangre de la tierra» (il sangue della terra) e di conseguenza la sua estrazione comporterebbe la morte della stessa. Da allora, gli U’wa si battono pacificamente contro lo sfruttamento del loro territorio ancestrale da parte sia della multinazionale di Los Angeles che del Governo di Bogotà e si appellano alla solidarietà della comunità internazionale. Dopo che la «Oxy» abbandonò i territori fu la compagnia di stato, la «Ecopetrol», che continua a portare avanti le ispezioni sismiche e lo sfruttamento del territorio.
Inoltre, l’attività passata delle multinazionali e, in particolare, quella attuale della «Ecopetrol», risulta anche in palese contrasto con la Convenzione 169 dell’ILO, ratificata dal Governo colombiano, che riconosce il diritto dei popoli indigeni alle proprie terre ancestrali e ad essere consultati previamente. Ciononostante il governo colombiano non solo non garantisce il rispetto delle leggi costituzionali e delle convenzioni internazionali ma ha più volte attaccato, attraverso le forze armate, la popolazione indigena per costringerla ad abbandonare il proprio territorio. Molti sono stati gli episodi di violenza ed i tentativi di «desaloco» (sgombero) da parte delle forze armate, con conseguenti vittime, tra cui donne e bambini. Perfino tre ecologisti statunitensi sono stati rapiti e assassinati per aver aiutato e sostenuto attivamente gli U’wa sul loro territorio. Gli U’wa proseguono però la loro lotta con armi pacifiche: la verità, la saggezza, la forza della ragione e con gli strumenti legali e giuridici a loro disposizione. La lotta per sostenere i giusti diritti di questo popolo è diventata una campagna mondiale e questo popolo è diventato uno dei simboli del movimento dei tanti movimenti, proprio per la straordinaria etica e profondità del suo agire. Questo popolo in tutto il mondo mette in luce un paradigma che non possiamo eludere, e cioè la insostenibilità di una società basata ancora sulla dipendenza del petrolio e le conseguenze politiche, sociali, culturali ed economiche che esso implica. La difesa della bio-diversità intesa anche e soprattutto in termini culturali, in un momento come questo e in una situazione in cui si chiede di omologare tutto e tutti, rappresenta un altro degli spunti di


grande riflessione che derivano dall’accostarsi alla filosofia ed alla cosmovisione U’wa. Ed infine, la pace ed il dialogo, questa grande ed unica modalità di vita consentita nella loro filosofia per risolvere le conflittualità.

Claudio Mundo

(12 Gennaio 2005)