Le risorse inutilizzate

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Le notevoli pendenze dell’altopiano incrementano l’energia cinetica delle acque ed i flussi fluviali, provenendo da ghiacciai e falde sotterranee, sono prevalentemente stabili. Mentre i paesi limitrofi sono pesantemente condizionati dalle piogge stagionali, il Tibet vanta la più alta potenza idrica al mondo, sull’ordine dei 250.000 megawatt.
Anche le risorse geotermiche sono notevoli, per non parlare dell’energia solare il cui potenziale, con una media annua valutata intorno alle 200 kcal/cmq, è secondo solo a quello del Sahara.
Malgrado tanta abbondanza, il governo cinese ha optato per dighe enormi, come quelle di Longyang Xia e Yamdrok Yutso, trascurando altre alternative. L’attenzione per le fonti rinnovabili è nata in un secondo tempo, stimolata da collaborazioni internazionali. Ad esempio il ministero dell’Ambiente italiano, quello della Scienza e della Tecnologia cinese e l’analogo Bureau tibetano hanno siglato un’intesa per la progettazione e lo sviluppo nel campo delle energie solare, geotermica, idroelettrica ed eolica.
Se questo tipo di cooperazione rappresenta un progresso significativo ai fini della tutela ambientale, altri, invece, sono ben lontani dal cogliere consensi unanimi. È di questi giorni la notizia di un’ampia mobilitazione contro gli investimenti stranieri per l’ultimo tratto della ferrovia destinata a collegare Lhasa con la Cina. I lavori termineranno entro la fine di quest’anno, in notevole anticipo rispetto alle previsioni, e l’inaugurazione è prevista per il luglio del 2006. L’obiettivo dichiarato è recare benefici ad entrambi i paesi, nell’ambito del cosiddetto Piano di Sviluppo Occidentale che legittima ed incrementa la colonizzazione del Tibet. Ma l’intero tributo è a carico dell’etnia locale: nell’immediato, con l’afflusso degli operai cinesi impegnati nei progetti e a lungo termine, con l’irreversibile metamorfosi dell’ambiente naturale.