Ma l’ecologia rompe le uova…

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Tutto è andato bene fino a che, a partire dagli anni Sessanta, con la «scoperta dell’ecologia», vari studiosi hanno cominciato a spiegare che il Pil era un ben povero indicatore dello stato di salute di una economia. Tutti i «processi» di produzione e di consumo, descritti come scambi monetari, anche quelli apparentemente immateriali, sono accompagnati non solo dal movimento di migliaia o milioni di tonnellate di minerali, fonti energetiche, prodotti agricoli e forestali, metalli, merci, eccetera, per cui si paga un prezzo, ma anche dal movimento di una quantità, molte volte maggiore, di molti altri beni materiali tratti dalla natura.
Dalla natura «si acquistano» senza pagare niente, l’ossigeno indispensabile per la respirazione animale e per le combustioni industriali, o i sali del terreno necessari per la crescita delle piante; inoltre, nei vari processi vengono generate molte altre cose, come l’anidride carbonica e gli altri gas che finiscono nell’atmosfera, o le sostanze liquide e solide che finiscono nelle acque o sul suolo, alterando i caratteri e la futura utilizzabilità di questi corpi naturali, spesso senza che venga pagato alcun risarcimento a nessuno. L’unico inconveniente è che mentre la massa di denaro, un ente immateriale, può aumentare quanto si vuole, i beni fisici che tengono in moto il flusso di denaro vengono tratti dai corpi naturali (aria, acqua, mare, suolo) e negli stessi finiscono le scorie delle attività umane, e tali corpi naturali sono grandi, anche grandissimi, ma non illimitati.

Un esempio della contraddizione fra aumento della ricchezza e del Pil e limitatezza delle risorse naturali è offerto dalla «parabola della mucca», proposta nel 1833 da un certo Lloyd, un quasi sconosciuto demografo inglese, ripresa da Garrett Hardin, professore di ecologia umana nell’Università della California, in un celebre articolo apparso nel dicembre 1968 nella rivista «Science» e che qui ripropongo con qualche aggiustamento.

Immaginate un pascolo, grande ma non illimitato, attraversato da un ruscello ricco di acqua fresca e pulita. Una primavera un pastore porta a pascolare nel prato le sue dieci mucche; le mucche passano l’estate al pascolo, trovano nel ruscello acqua buona e nel prato erba abbondante, si nutrono e producono latte; i loro escrementi cadono nel terreno e vengono assorbiti e anzi forniscono elementi nutritivi per la crescita dell’erba la primavera successiva. Alla fine dell’estate sono contenti tutti: il pastore che ha venduto il latte abbondante con un buon guadagno, il suo personale «prodotto interno lordo»; le mucche che hanno vissuto bene; il pascolo che è pronto a fornire erba quando tornerà la primavera, il ruscello che ha le sue acque ancora incontaminate. Ma, si sa come sono gli uomini: durante l’inverno il pastore pensa che potrebbe guadagnare di più se portasse a pascolare cinquanta mucche invece di dieci. E così fa, quando arriva la primavera: ma adesso le mucche sono «troppe», rispetto alla dimensione del pascolo e alla portata del ruscello; il pascolo non fornisce erba sufficiente, anche perché gli zoccoli delle mucche pestano e schiacciano l’erba e fanno indurire il terreno; gli escrementi di


così tante mucche non sono più assorbiti dal suolo e ristagnano nel terreno e scorrono verso il ruscello che viene così inquinato e non è più grado di fornire acqua da bere.

Alle fine dell’estate il pastore ha ottenuto un po’ più latte ed è aumentato il suo Pil, ma non certo cinque volte di più dell’anno prima, ed è infelice perché sono sfumate le sue speranze di grandi guadagni; sono scontente le mucche che hanno trovato poca erba e poca acqua pulita; è scontentissimo il pascolo la cui fertilità è compromessa e il suolo indurito dagli zoccoli delle mucche ed è infelicissimo anche il ruscello la cui acqua è ora sporca. L’avidità del pastore ha fatto sì che la prossima primavera non ci sarà più erba né per cinquanta né per dieci mucche e neanche per quelle dell’anno dopo, a meno di smettere di portare le pecore al pascolo per un po’ di tempo. La parabola spiega che non si può continuare ad aumentare la ricchezza monetaria, di una persona o di un paese, senza impoverire la base fisica che genera tale Pil.